7.5
- Band: OVO
- Durata: 00:38:49
- Disponibile dal: 03/10/2025
- Etichetta:
- Artoffact Records
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Stefania Pedretti e Bruno Dorella sono più di un semplice sodalizio musicale: con OvO portano avanti da un quarto di secolo una delle esperienze più libere in ambito sperimentale, muovendosi con disinvoltura tra metal, doom, industrial e noise rock.
“Gemma”, secondo disco sotto l’egida della canadese Artoffact Records, non arretra di un millimetro in termini di ricerca, confermando che il gigante dietro la batteria minimale – però pestata come un fabbro sanguinario – e la sacerdotessa dall’ugola infernale non hanno limiti quando si tratta di far splendere gemme sonore disturbanti e conturbanti.
La title-track parte in territori drum’n’bass, virati a tinte horror, su cui si sovrappone una trama quasi black metal, mentre i metalli che si susseguono nei titoli del disco spingono maggiormente sulla componente industrial: “Stagno” è ipnotica, ossessiva e violenta, “Iridio” sceglie una formula più diretta e rumoristica, “Cobalto” è quasi dance – senza perdere di vista il lato più maligno e l’inevitabile sfuriata a base di chitarra e batteria – mentre infine “Rame” trova pertugi più dilatati ed evanescenti.
Ci verrebbe da usare termini come ‘internazionali’, o ‘classici’, per certe soluzioni o richiami proposti, ma sarebbe banale rispetto all’innegabile rilevanza degli OvO nella scena, ben oltre i confini italiani. Fatto del resto testimoniato dalle ennesime, preziose collaborazioni: in “Opale”, un brano che vortica ossessivamente tra elettronica e industrial, alternando una linea vocale parossistica con un duetto più etereo da brividi, tocca a Lord Spikehaert, ex membro della band noise/grindcore kenyana Duma; Paige A. Flash – prezzemolino della scena noise/alternative newyorchese – contribuisce invece al fascino di “Diamante”: un blues perverso e maligno che presto si scioglie in qualcosa di non troppo distante da un rituale esoterico crudele.
Nel resto del disco, lungi da scegliere strade comode, Bruno e Stefania tengono la barra a dritta con ritmiche incessanti o droni dilanianti, che sanno però trovare anche inconsueti sfoghi melodici (“Neon”, “Fossile”).
Difficile dire prima di un ascolto cosa aspettarsi da un disco degli OvO, eppure al contempo, ogni volta ci troviamo dentro esattamente – ‘soltanto’, oseremmo dire quasi provocatoriamente – quello che speravamo di ascoltare: qualcosa di caotico eppure perfettamente calibrato, imprevedibile e tuttavia rassicurante… come le migliori storie del terrore.
