OXBOW – The Thin Black Duke

Pubblicato il 07/12/2017 da
voto
8.5
  • Band: OXBOW
  • Durata: 38:59
  • Disponibile dal: 05/05/2017
  • Etichetta: Hydra Head
  • Distributore:

Inizia con un fiato la nuova fatica degli Oxbow.  Un fiato che è tutto un programma. Il colosso (in tutti i sensi) Eugene S. Robinson sembra decisamente in grado di determinare l’andamento generale di un ritorno in grande stile, con tutta la padronanza, l’estro, la follia che si può ascrivere al suo personaggio, circa dieci anni dopo l’ultimo “The Narcotic Story”. Se in più ci si mette dietro una band nuovamente in stato di grazia come quella capitanata dal chitarrista Niko Wenner allora il gioco è fatto e l’eufemistico “The Thin Black Duke” si inquadra già come una piccola gemma discografica del 2017 e va ad arricchire l’ampia qualità della discografia della band californiana, troppo spesso sottovalutata dai più o semplicemente passata in sordina (così come da sempre esaltata da gran parte della critica musicale), soprattutto per quel fenomeno dell’avant-rock inclassificabile e mutaforma. Forse è già in queste premesse la caratteristica principale che può avvicinare al nome Oxbow, da poco tornati on stage dalle nostre parti di spalla ai Sumac di Aaron Turner. Da sempre avvicendati all’avanguardia di Neurosis, al post-punk dei Birthday Party, all’alternative dei Faith No More, allo sperimentalismo di Tom Waits e a compositori classici come Penderecki, gli Oxbox hanno sempre presentato materiale devastante, funambolico, fuorviante, di grande tradizione avanguardistica e mai connesso a niente che fosse esibizionismo di tecnica e tendenza, ma sempre legato alla dicotomia di repulsione e esaltazione.  Brani come “A Gentleman’s Gentleman” sono quelli che, una volta ascoltati, affascinano per quel loro modo unico di unire Tom Waits, Nick Cave e Mike Patton nell’estro di Mr. Robinson, che appoggia le sue divagazioni sulle tastiere blues di Wenner, che si dimostra, ancora una volta insieme a Greg Davis e Dan Adams, un grande compositore. Epocale poi rimane l’andamento quasi alt-sludge di “Host” e “Other People”, capitanato dagli sproloqui vocali di Robinson, padrone e duca incontrastato, come sul ring che una volta lo vedeva protagonista, tra schitarrate pesanti ed innesti chamber-pop. Inequivocabilmente allucinata “The Upper”, grandiosamente arrangiata come il migliore rock da camera, così come quasi innegabile rimane la genialità che trasuda dal magniloquente epos di “The Finished Line”. Una violenza, quella degli Oxbow, che è più di impostazione, più che sound. Una violenza sonora di classe, unica, inconfondibile, solida, visionaria, letale. Incredibilmente unita e tenuta insieme come un perfetto piatto, servito freddo, glaciale, affilato, come la vendetta. Dice l’ex-pugile, scrittore e cantante, in un’intervista su Noisey:  “C’è una grande storia di Lord Dunsany chiamata “The Three Sailors’ Gambit”. Riguarda quei marinai che erano anche i più abili giocatori di scacchi, ma giocavano unicamente in team. Non si separavano mai. Venne fuori che erano i più forti perché avevano fatto un patto col diavolo, e il diavolo dichiarava loro le mosse da compiere sulla scacchiera. Giocavano insieme di modo tale da andare, una volta morti, all’inferno tutti insieme. Ecco perché facciamo interviste insieme.” Speriamo che questa unità continui a produrre frutti come questi, che dal 1988 trascendono generi e inneggiano ad una musica e un’arte senza barriere, limiti e costrizioni.

TRACKLIST

  1. Cold and Well-Lit Place
  2. Ecce Homo
  3. A Gentleman's Gentleman
  4. Letter of Note
  5. Host
  6. The Upper
  7. Other People
  8. The Finished Line
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