7.0
- Band: PAGAN ALTAR
- Durata: 00:40:00
- Disponibile dal: 01/10/2012
- Etichetta:
- Cruz Del Sur Music
- Distributore: Audioglobe
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Cosa determina il fatto che una band si possa ritenere “di culto”? Senza dubbio, alla base di tutto ci deve essere un’indubbia ed indiscutibile qualità della musica proposta; successivamente – perché no? – una della caratteristiche potrebbe essere quell’alone di esoterico mistero dato dall’irreperibilità delle sue opere. Gli inglesi Pagan Altar, oggetto nel corso degli anni di diverse operazioni di ristampa, possono senza ombra di dubbio essere definiti una cult band, facente parte della stessa “setta” che annovera tra i propri esponenti gruppi come Angel Witch, Cloven Hoof e Witchfinder General ed ha come sommo sacerdote il gruppo del Sabba Nero. In realtà, la proposta del combo anglosassone è sì oscura e sulfurea, ma i rimandi alla band di Iommi sono comunque continuamente diluiti da parti dinamicamente “metal” e palesemente influenzate dai primissimi Maiden. La chitarra di Alan Jones, dal suono squisitamente “vero” ed analogicamente caldo, si destreggia tra riff memorabili e assoli fluidi e di gran gusto e si unisce come un simbionte alla voce nasale, particolare e caratterizzante di un ispiratissimo Terry Jones, vero istrione e mattatore di questo lavoro pregno di doom e classic metal, in cui si raccontano storie di magia e riti oscuri. Questo lavoro, originariamente pubblicato nel 1982, è stato ristampato diverse volte nel corso degli anni e con variazioni significative rispetto alla versione attuale pubblicata da Cruz Del Sur, la quale recupera il nome e la cover originale, arricchendola con un voluminoso booklet di sedici pagine, narrante la storia di questo combo tanto ricco di talento quanto di sfortuna. Un bel bicchiere di vino rosso invecchiato, qualche candela e un bel temporale potrebbero creare l’atmosfera ideale per (ri)ascoltare brani storici come “Night Rider”, che non può che ricordarci i Deep Purple, il divertissement strumentale dell’acustica “Dance Of Banshee” e l’affascinante “In The Wake Of Armadeus”, che sottolinea per l’ennesima volta (se ancora ce ne fosse bisogno) di come una voce “particolare” sia, pur con i suoi difetti, molto più efficace di una sterile esibizione di sola tecnica ed estensione. Quanta bella musica è stata scritta… e quanto poco tempo per ascoltarla tutta.
