6.0
- Band: PAGANIZER
- Durata: 00:39:15
- Disponibile dal: 05/02/2026
- Etichetta:
- Xtreem Music
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I Paganizer non si fermano mai: con “As Mankind Rots” arriviamo al quattordicesimo full-length, eppure ormai l’impressione è sempre la stessa, quella di una band che gira a circuito chiuso. Il death metal svedese vecchio stampo, marchio di fabbrica del gruppo sin dalla fondazione, è qui in piena evidenza, ma con un tocco più grezzo e debordante rispetto al recente passato: il tremolo picking classico convive con più insistenti d-beat di chiara matrice crust hardcore, mentre gli uptempo più puramente death metal ribadiscono la familiarità della formula. Il suono complessivo è dunque meno melodico rispetto a quanto offerto nel recente passato: il leader Rogga Johansson qui abbandona certe fugaci aperture più accessibili e concentra l’attenzione sulla compattezza dei brani, strizzando apertamente l’occhio al mondo punk con una traccia come “Vanans Makt”, nella quale compare al microfono Bulten, cantante del gruppo svedese Lastkaj 14.
Al di là di un simile episodio, l’impressione generale resta tuttavia quella di un gruppo intrappolato nella propria formula: i riff suonano spesso molto familiari, le strutture dei brani sono prevedibili e le novità o i guizzi di vero brio rimangono appunto sporadici. È come se i Paganizer continuassero a fare quello che sanno fare da sempre, senza interrogarsi su cosa potrebbe portare ogni nuova uscita su un livello superiore. Qua e là emergono comunque momenti di una certa efficacia, vedi una “Aftermath Bleeder”, la quale mostra che Johansson sa ancora scrivere riff convincenti e costruire melodie che colpiscono, senza ricorrere a artifici. È proprio in questi episodi che si avverte il potenziale del gruppo quando riesce a lasciare da parte l’autocitazionismo più evidente. Ciononostante, la maggior parte dell’album tende a scivolare in un marasma sonoro sì ruvido e sguaiato, ma che al contempo si dimentica abbastanza facilmente, senza lasciare una vera impronta. Se da un lato la continuità della band è impressionante, dall’altro la sensazione generale è quella di una formula davvero spremuta: la costanza produttiva ha ormai soppiantato la vera ispirazione, per un grigiore di fondo che di certo non aiuta la longevità del lavoro, visto che l’ascoltatore più attento e scafato percepisce subito il déjà-vu.
Alla fine dei conti, “As Mankind Rots” è un lavoro coerente, prodotto in modo corretto, in alcuni frangenti persino coinvolgente, ma troppo spesso pigro e autoreferenziale. È la conferma di una band che ci crede, ma anche e sopratutto un promemoria della sua tendenza a girare in tondo, ripetendo schemi collaudati senza aggiungere scintille.
