PANOPTICON – Det hjemsøkte hjertet

Pubblicato il 12/05/2026 da
voto
8.0
  • Band: PANOPTICON
  • Durata: 01:06:28
  • Disponibile dal: 08/05/2026
  • Etichetta:
  • Nordvis Produktion

Ci sono dischi che cercano disperatamente di sembrare importanti, gonfiando ogni intuizione con produzioni mastodontiche, retorica da fine del mondo e un immaginario sempre più simile a un parco a tema della nostalgia metallica. Poi esistono lavori come “Det hjemsøkte hjertet”, che riescono a trasmettere immensamente di più senza mai alzare troppo la voce. Panopticon continua infatti a occupare un posto anomalo all’interno della musica estrema contemporanea: un progetto che parla di dolore, memoria, paesaggi e alienazione senza rifugiarsi nella caricatura dell’oscurità o nel feticismo dell’epica. Il mastermind Austin Lunn non costruisce mondi immaginari; osserva quello reale, con tutte le sue crepe, il suo freddo e il suo lento deteriorarsi.

È probabilmente questa la forza più rara della proposta dei Panopticon: la capacità di evocare emozioni profonde restando ancorati alla materia concreta delle cose. Nei suoi dischi si sentono il legno umido delle case isolate, il vento sulle distese del Midwest, la stanchezza di chi lavora con il corpo e vive lontano dai riflettori culturali. Da sempre Lunn racconta un’America periferica e proletaria, fatta di minatori, foreste, comunità rurali e territori sfruttati fino all’esaurimento. E lo fa senza trasformare quella realtà in folklore da cartolina o in un’estetica da cosplay rurale. Anche quando la musica raggiunge momenti di forte intensità emotiva, resta sempre una compostezza quasi pudica, una sincerità che impedisce al tutto di scivolare nell’enfasi artificiale. È qui che talvolta può emergere un parallelismo con realtà come Neurosis o Tragedy: non tanto per una questione di coordinate sonore – perché i Panopticon continuano a muoversi prevalentemente entro i confini di un atmospheric black metal, anche se parecchio contaminato – quanto per una vicinanza di spirito. Come quelle band, anche Lunn sembra concepire la musica estrema come qualcosa di profondamente umano, terreno, quasi comunitario: un mezzo per raccontare fatica, alienazione, rapporto con il territorio e resistenza quotidiana, senza trasformare il dolore in spettacolo. C’è la stessa austerità emotiva, la stessa idea di autenticità ruvida e anti-romantica che per anni ha reso quei nomi dei punti di riferimento morali oltre che musicali per molta musica underground statunitense.

“Det hjemsøkte hjertet” sviluppa ulteriormente questa sensibilità, assumendo i contorni di una lunga elegia dedicata tanto alla memoria quanto al paesaggio. Il concept ruota attorno agli ultimi giorni di vita di un anziano eremita, mentre ricordi d’infanzia e immagini naturali riaffiorano come frammenti consumati dal tempo. Sullo sfondo si percepisce costantemente il tema della trasformazione ambientale: boschi che arretrano, ecosistemi alterati, luoghi che sopravvivono soltanto nella memoria di chi li ha abitati davvero. Lunn, da qualche tempo trasferitosi nel Minnesota, sembra assorbire completamente questi spazi nella propria scrittura, e il disco finisce per muoversi come un crepuscolo interminabile.

Anche sul piano musicale emerge una direzione molto precisa: le componenti prettamente folk e bluegrass – le quali in passato ben caratterizzavano alcuni capitoli del progetto – qui arretrano un pochino, lasciando campo a una scrittura più ampia e cinematografica. Il black metal rimane il fondamento emotivo del disco, ma viene continuamente attraversato da aperture strumentali, sottotracce orchestrali e lunghi movimenti che ricordano più certe derive contemplative post-rock che l’irruenza della tradizione estrema. La musica respira lentamente, accumula tensione senza fretta, spesso preferendo il dettaglio atmosferico alla ricerca compulsiva dell’impatto. L’iniziale “Woodland Caribou” rappresenta perfettamente questo approccio: un brano che si sviluppa per onde successive, tra chitarre dilatate, orchestrazioni discrete e improvvise accelerazioni capaci di aprire squarci emotivi autentici. Gli archi, spesso guidati dal violoncello di Charlie Anderson, non servono a nobilitare artificialmente il materiale, ma, seguendo talvolta coordinate neo crust (particolarmente evidenti nelle parti in d-beat), diventano parte integrante della narrazione, accentuando quella sensazione di malinconia terrena che attraversa l’intero album. Anche gli ospiti vocali risultano poi perfettamente integrati nel tessuto del disco: tra questi, Alex Bradshaw (Morrow, ex Fall Of Efrafa, Light Bearer), Aaron Charles (Falls Of Rauros, Rhun) e Jan Evan Åsli dei Vemod portano con sé ora una tensione più abrasiva, ora un lato più contemplativo, introducendo sfumature più eteree e spirituali. Sono interventi mai ornamentali, ma pensati per ampliare ulteriormente la tavolozza emotiva del lavoro.

Dopo una discografia tanto vasta, sorprende soprattutto quanto il songwriting di Lunn riesca ancora a evitare automatismi. “Det hjemsøkte hjertet” non suona mai come un disco scritto per inerzia o per consolidare uno stile riconoscibile. Al contrario, conserva quella sensazione di necessità espressiva che da sempre distingue i Panopticon. E quando un brano come “Blood and Fur upon the Melting Snow” raggiunge il proprio climax, trascinando con sé memoria, rabbia e malinconia in un’unica corrente emotiva, diventa difficile non avere la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che va ben oltre le convenzioni del genere.

 

TRACKLIST

  1. Woodland Caribou
  2. The Great Silence, Extinct
  3. Blood and Fur Upon the Melting Snow
  4. The White Cedars
  5. A Culture of Wilderness
  6. Lyset
  7. Ghost Eyes in the Fire Light
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