7.5
- Band: PANOPTICON
- Durata: 00:45:59
- Disponibile dal: 15/08/2025
- Etichetta:
- Nordvis Produktion
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Austin Lunn, mente del progetto Panopticon, ci ha ormai abituato ad una produzione poliedrica, dove agli album ufficiali si affiancano sovente split, EP e raccolte di vario genere, per cui la doppia uscita con cui intende monopolizzare il nostro Ferragosto non ci stupisce particolarmente.
Tuttavia, mentre “Songs of Hiraeth”, di cui ci occuperemo in una recensione differente, è a tutti gli effetti una raccolta di brani concepiti per uscite minori che nell’opinione del loro autore meritavano miglior fortuna, “Laurentian Blue” deve essere considerato a pieno titolo un album ufficiale all’interno della discografia dell’artista.
La composizione di queste canzoni risale a “…And Again Into The Light”, che per chi scrive rimane il miglior parto artistico del musicista del Minnesota, e condividono con quel lavoro la maestosa malinconia che caratterizzava la title-track e “Dead Loons”, preferendo al black metal atmosferico un’ossatura folk costituita da violino, banjo, mandolino e chitarra dobro.
Certo, esperimenti di questa natura erano già stati abbozzati nel percorso di Austin Lunn, e nel 2018 “The Scars of Man On The Once Nameless Wilderness” usciva accompagnato da un gemello quasi interamente acustico (“The Scars of Man On The Once Nameless Wilderness, pt. 2”), ma le canzoni di quell’album suonavano più come un affascinante esercizio di stile (“A Cross Abandoned” ad esempio è un ottimo apocrifo di Richard Thompson) che come composizioni originali.
“Laurentian Blue” invece annienta ogni pregiudizio, con undici brani inizialmente concepiti in solitudine in seguito ad una serie di apocalissi sia intime (lutti familiari, problemi di salute) che collettive (la pandemia Covid) e poi provati più volte dal vivo fino a renderli parte del repertorio maggiore.
Austin Lunn intraprende, con questo album, lo stesso percorso di molti altri suoi colleghi – primi fra tutti Mark Lanegan e Steve Von Till – rivolgendo le proprie preghiere a cantautori abili nel rendere la sconfitta un dono, come Townes Van Zandt, ( “A Liberation Song”, il brano della scaletta con la struttura più tradizionale), un Richard Buckner che vede la propria “Song Of 27” riflessa nello struggente violino suonato da Charlie Anderson in “The Poetry In Road Kill” o il Bill Callahan contemplativo di “Ever North”.
Non ci sono esplosioni di elettricità, a compensare tanta mestizia: ve lo diciamo perché non attendiate invano, il tono dell’album è dichiarato con la versione devota di “Dialogue (I Want To Be Alone)” di Jackson C. Frank, autore di “Blues Run The Game” ed artista sfortunato per eccellenza. Da questo punto di vista, “Laurentian Blue” fa sfoggio di una cultura roots formidabile, con la stupenda “Down Along The Border” scritta da Richard Inman che omaggia il country folk gentile di Orphan Brigades e Tim Grimm, ” Irony and Actuallity” che parla la medesima lingua dei The Carter Family di “No Depression” o un dittico finale “Broken Bars”-“Ely In The Dark” dove si cita senza timore il Bruce Springsteen di “The Ghost Of Tom Joad”.
In definitiva, “Laurentian Blue” è un toccante pegno d’amore verso la tradizione americana, capace di mostrare come i demoni interiori dell’artista non siano affatto scomparsi e, anche se è cambiato il modo in cui se ne canta, a volte un talkin’ blues (“An Argument With God”) riesce ad essere gelido quanto un urlo.
