PARADISE LOST – Ascension

Pubblicato il 16/09/2025 da
voto
8.0
  • Band: PARADISE LOST
  • Durata: 00:51:02
  • Disponibile dal: 19/09/2025
  • Etichetta:
  • Nuclear Blast

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Ci sono band che, col passare degli anni, si aggrappano a una formula consumata e la ripetono all’infinito. E poi ci sono i Paradise Lost, che hanno passato metà carriera a reinventarsi di continuo e l’altra metà a domare i propri fantasmi sonori, trovando oggi un equilibrio diverso: meno rivoluzioni, più attenzione al dettaglio e alla sostanza.
Con “Ascension”, i britannici non cercano grandi scorciatoie: scavano ancora una volta nel pozzo del gothic metal che hanno contribuito a plasmare, mescolando con perizia i tasselli del loro passato. C’è il passo pesante del death-doom, ci sono i chiaroscuri gotici, c’è la ruvidezza delle origini e, al tempo stesso, una scrittura consapevole e diretta, che però, come ormai da tradizione per quest’ultima fase di carriera, evita derive pop o troppo radiofoniche. Non si tratta di un disco che stravolge, ma di un lavoro che riafferma, con forza e coerenza, quale sia oggi il terreno dei Paradise Lost.

Se “Obsidian” aveva portato in dote un paio di episodi subito orecchiabili e contagiosi – “Ghosts” e “Hope Dies Young” su tutti – questa volta il quintetto si sposta su coordinate più solenni. La scaletta predilige infatti andamenti doomy o sferzate ruspanti, con, in particolare, più di un rimando al passo granitico di “Shades of God”, riletto però con l’approccio più moderno e variegato di “The Plague Within”.
È una scelta abbastanza curiosa: molti infatti si sarebbero aspettati che Greg Mackintosh cavalcasse ancora, almeno un po’, la vena più immediata che aveva dato lustro a una hit di grande successo come “Ghosts”; invece il chitarrista, anima compositiva del gruppo, sembra oggi deciso a restare saldo sul versante heavy, senza ammiccamenti troppo facili.

Tra le conferme più piacevoli di “Ascension” troviamo quindi la prova di Nick Holmes: sul palco può capitare che la voce tradisca qualche incertezza, ma in studio il frontman ha ormai trovato la chiave nell’alternare growl, linee pulite e quel timbro intermedio, un canto a denti stretti che ricorda l’Hetfield dei tempi d’oro e che in passato ha contribuito a definire la personalità della band. Questo continuo gioco di registri dona colore e imprevedibilità ai brani, trasformando le composizioni di Mackintosh in scenari sempre più sfaccettati.
Tra i momenti di spicco, “Salvation” allunga l’ombra di “Medusa” con un’architettura solenne e stratificata, mentre “Silence like the Grave” – scelta come primo singolo – mostra il volto più diretto e possente del disco, tutta muscoli e immediatezza. “The Precipice” punta invece sull’emotività malinconica, con un pianoforte a impreziosire il gustoso intreccio delle onnipresenti chitarre: un pezzo che riassume bene la rinnovata abilità della band di accostare pesantezza e lirismo.
Il resto è tutto molto solido, con una parte centrale della tracklist generalmente più introspettiva, mentre attorno si fanno notare altri picchi di verve, vedi l’opener “Serpent on the Cross”, la quale richiama subito il passato remoto con una ritmica che sembra appunto uscita da “Shades of God”, oppure “Diluvium”, che a un certo punto osa flirtare apertamente con il classic metal.

Quello che colpisce, ascolto dopo ascolto, è la solidità della scrittura: non ci sono palesi riempitivi – a parte forse la più breve e compatta “Deceivers” – e nel corso della tracklist emerge puntualmente, ancora una volta, la capacità della band di scrivere canzoni solide, pensate per durare.
Certo, non c’è più l’effetto sorpresa dei tempi in cui ogni uscita rappresentava una svolta, ma Mackintosh dimostra ancora di avere un pozzo pressoché inesauribile di riff, melodie e soluzioni armoniche. I suoi assoli, mai virtuosistici, sono sempre funzionali alla costruzione di un’atmosfera; i riff, anche quando semplici, portano un peso specifico che pochi chitarristi della sua generazione sanno ancora trasmettere.
Il suo strumento resta il cuore pulsante dei Paradise Lost, e la capacità di trovare ogni volta la nota giusta a supporto della narrazione musicale è ciò che tiene il quintetto su un piano diverso rispetto a tanta altra cosiddetta vecchia guardia.

In sintesi, “Ascension” non è un album che cambierà la storia del gruppo inglese, né che attirerà nuove schiere di ascoltatori, ma è un lavoro che testimonia come, al diciassettesimo capitolo, i Paradise Lost siano ancora in grado di creare musica di spessore, capace di reggere il confronto con un repertorio già sterminato. È il frutto di una carriera ormai matura, che non ha grande bisogno di badare a ciò che avviene attorno ad essa.
Non c’è filosofia o avanguardia, ma ci sono canzoni che, una volta sedimentate, sapranno trovare spazio nella memoria e magari anche nelle scalette dal vivo. E non è poco, per una band che continua a incarnare con naturalezza la propria identità, senza mai ridursi alla più completa e piatta autocelebrazione.

TRACKLIST

  1. Serpent of the Cross
  2. Tyrants Serenade
  3. Salvation
  4. Silence like the Grave
  5. Lay a Wreath upon the World
  6. Diluvium
  7. Savage Days
  8. Sirens
  9. Deceivers
  10. The Precipice
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