PARADISE LOST – Icon

Pubblicato il 23/09/1993 da
voto
9.5
  • Band: PARADISE LOST
  • Durata: 00:50:32
  • Disponibile dal: 23/09/1993
  • Etichetta:
  • Music For Nations
  • Distributore: Audioglobe

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Bastano pochissimi secondi, ad “Icon”, quarto album in studio dei britannici Paradise Lost, per mettere in chiaro come andranno le cose all’incauto ascoltatore: la grave partitura di tastiera scende talmente nel profondo dell’animo che non ci si può permettere alcun movimento, note minimali ma risonanti che, dopo solo venticinque secondi di trepida attesa, esplodono in un andamento doom-gothic metal epocale sorretto dal riff monolitico di Aedy e dal drumming marziale di Archer, che attendono le pennellate melodiche di Mackintosh e l’entrata vocale di Holmes con linee fra le sue migliori mai concepite, per un inizio strabiliante. “Embers Fire”, l’opener di “Icon”, viene spesso quasi dimenticata nel citare i quattro/cinque pezzi-chiave del combo di Halifax, ma secondo noi concorre decisamente per il primo posto, nel caso se ne debba stilare una lista. L’evocativo chorus in clean vocals, l’assolo spettacolare di chitarra, la continua proposizione di agganci melodici solenni, il richiamo atmosferico ad epoche d’austerità e morte, l’immagine vivida della brace che ancor brucia sotto la cenere: semplici, ulteriori elementi che rendono questo brano un enorme manifesto, forse non di tutto il gothic metal (useremmo la canzone “Gothic”, probabilmente, a tale scopo), ma dei Paradise Lost sì.
Nel 1993 la band di Gregor Mackintosh e Nick Holmes resta accasata alla Music For Nations, dopo aver abdicato dalla Peaceville un anno prima per la release di “Shades Of God”, e decide di cambiare approccio alla composizione, snellendo di molto il songwriting, riducendone l’afflato progressivo e puntando su un’immediatezza espressiva a tratti feroce e belluina, che ben si espleta, tanto per cominciare ad inizio tracklist, ad esempio in “Remembrance” e soprattutto “Forging Sympathy”, episodi quasi furenti ma che mai si allontanano troppo dall’aura gotica e religiosamente criptica che pervade le composizioni dei Nostri nei primi anni, nè spengono quella decadenza lirica e musicale che crea aloni di ermeticità e mistero attorno al gruppo. Non si spengono neanche, del resto, gli echi più doomish e riflessivi, che all’altezza di canzoni lente e messianiche quali “Joys Of The Emptiness” e “Colossal Rains” trovano strada facile nell’incupire la tracklist e dare suono allo spettacolare cover artwork di verde bardato.
Restano però le tracce più brevi e sanguigne a definire meglio la natura di “Icon”, in cui Holmes gioca chiaramente a fare l’Hetfield gotico e in cui la produzione della coppia Efemey/Coleman trasforma il suono dei Paradise Lost in modo decisivo, sgrezzandolo, ripulendolo, facendo spazio alle tastiere e soprattutto rendendolo più pieno, con chitarre ‘grasse’, un basso un po’ sacrificato e una batteria più impattante nel mix finale. “Dying Freedom”, i ‘singoli’ “Widow” e “True Belief”, “Poison” e le meno nominate “Weeping Words” e “Shallow Seasons” spiegano le ali di un gargoyle severo e giudicante, dall’alto della sua imponente cattedrale. Fino a giungere alla coppia di brani che chiudono il (capo)lavoro qui recensito, la crepuscolare ma potente semi-ballata dark “Christendom”, con la partecipazione della cantante Denise Bernard, e la chiosa “Deus Misereatur” a sancire la discesa del sudario sulle misere spoglie di un Cristo piagato.
Secondo noi ad un passo dalla perfezione, “Icon” può anche essere considerato il miglior disco dei Paradise Lost, abili nel diventare più accessibili aumentando la dose di violenza insita nel loro songwriting. Non siamo più nell’avanguardia stilistica di album quali “Gothic” e “Shades Of God” e neanche abbiamo già raggiunto la strabordante orecchiabilità di “Draconian Times”, ma con “Icon” il Paradiso Perduto inizia a sollevare la testa dall’underground. Certo, altre correnti preferiranno incensare maggiormente il precorrere i tempi di “Gothic” e forse la grandeur definitiva di “Draconian Times” resta superiore, ma siamo davvero al cospetto di puerili ragionamenti di fronte a tre album di valore incommensurabile, e che sconfiggono il decadimento del Tempo.

 

TRACKLIST

  1. Embers Fire
  2. Remembrance
  3. Forging Sympathy
  4. Joys Of The Emptiness
  5. Dying Freedom
  6. Widow
  7. Colossal Rains
  8. Weeping Words
  9. Poison
  10. True Belief
  11. Shallow Seasons
  12. Christendom
  13. Deus Misereatur
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