PARADISE LOST – Shades Of God

Pubblicato il 14/07/1992 da
voto
8.5
  • Band: PARADISE LOST
  • Durata: 00:52:56
  • Disponibile dal: 14/07/1992
  • Etichetta:
  • Music For Nations
  • Distributore: Audioglobe

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Definire ‘album di transizione’ “Shades Of God” dei Paradise Lost potrebbe essere corretto, nonostante, spesso, il destino del terzo full-length album di un gruppo sia ben più importante e oneroso dell’essere un lavoro di passaggio, di ponte tra uno sviluppo stilistico e l’altro. Ma si sa, in quegli anni dorati dove molte formazioni progredivano esponenzialmente nell’arco di pochi anni, se non pochi mesi, tutto diventa più (o meno) relativo e bisogna ben considerare i punti di partenza e di arrivo connessi al ‘ponte’ di cui sopra.
Mackintosh, Holmes e gli altri giungono nel 1992 dalla pubblicazione di “Gothic”, un disco seminale che, ovviamente, allora era considerato un ottimo platter di nuova musica, non certo la pietra miliare di un genere quale è oggi. Ed evidentemente, prima di giungere alla notevole sintesi espressiva e alla purezza stilistica del gothic metal che sarà contenuto nel seguente “Icon”, i Paradise Lost vogliono immergersi ancora nello stile progressivo e più ostico da digerire inaugurato dal precedente full: i brani restano di medio-lunga durata, quasi tutti di non facile presa immediata e bisognosi di più fruizioni per essere compresi appieno, carichi come sono di arrangiamenti elaborati, seppur scarni d’enfasi, e cambi di tempo; d’altro canto, il tiro thrashy e cadenzato di parecchi momenti della tracklist – si prenda la storica “Pity The Sadness” come esempio principe – ci proietta già in un futuro immediato, e più in-your-face, e fa da contrappeso alla frase appena sopra; “Shades Of God”, difatti, è un disco carico di contrasti, in cui diverse volte anche il solitamente umile basso di Stephen Edmondson riesce a ritagliarsi spazi semi-solisti, la ritmica di Aaron Aedy si aggancia al primeggiare di Mackintosh donando una solenne dinamicità (“Embraced”), laddove anche il drumming di Matthew Archer si lascia andare in qualche ripartenza più memorabile dell’usuale. Da par suo, il biondo e tristo vocalist continua nella sua ricerca del timbro di voce migliore da usare, e qui lo fa esprimendosi, ancora un po’ troppo monoliticamente, con un tono roco e disperato, solamente vicino al growl senza però esserlo compiutamente, se non a tratti.
L’atmosfera generale del disco, in attesa che le partiture di tastiera entrino prepotentemente nell’economia del sound dei ragazzi, non è ancora epica ed elegiaca come avverrà nell’immediato futuro: siamo ancora ad un suono molto terreno, essenziale, ma assolutamente indicato per traghettare i Paradise Lost dal periodo iniziale a quello della definizione di sound successivo. Brani quali “No Forgiveness”, “Mortals Watch The Day”, “Your Hand In Mine” non possono lasciare indifferenti gli estimatori del genere, mentre con la già citata “Pity The Sadness” e con la famosissima hit “As I Die”, tuttora uno degli highlight dei concerti del gruppo, la band si crea i suoi primi veri successi live, con la seconda di esse trainata da una marzialità draconiana e fumosa, da qualche trovata memorabile – il giro ripetuto di chitarra solista, il break di basso, i sussurri e le voci femminili, l’urlo che pronuncia il titolo del pezzo, che dal vivo diventa un momento di alta coralità – e da una generale presa da singolo che aumenta non di poco l’appeal di “Shades Of God”, un lavoro che denota coraggio e imprevedibilità e che con pochi dubbi è l’episodio più incompreso e difficile di tutta la discografia dei Nostri.
Noi lo troviamo sempre più interessante e completo ogni volta che lo ripassiamo, degno successore di “Gothic” e perfetto predecessore di “Icon”.

 

TRACKLIST

  1. Mortals Watch The Day
  2. Crying For Eternity
  3. Embraced
  4. Daylight Torn
  5. Pity The Sadness
  6. No Forgiveness
  7. Your Hand In Mine
  8. The Word Made Flesh
  9. As I Die
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