7.0
- Band: PER WIBERG
- Durata: 00:42:08
- Disponibile dal: 10/05/2019
- Etichetta:
- Despotz Records
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Un professionista dalle eccellenti doti come Per Wiberg sembra essere l’ingranaggio perfetto nelle dinamiche di gruppo di una band: polistrumentista capace di dividersi tra tastiere, basso e chitarra, nel corso degli anni si è messo al servizio di grandi nomi della scena scandinava, dagli Opeth agli Spiritual Beggars, passando per Candlemass e molti altri. Nella scorsa edizione del Metalitalia.com Festival, anche noi abbiamo potuto apprezzare questo poliedrico musicista, che si è ritrovato a suonare in entrambe la formazioni headliner della seconda giornata (Tiamat e Candlemass). Con molta curiosità, quindi, ci siamo avvicinati a questa prova solista di Wiberg, che decide per l’occasione di dare fondo al suo estro compositivo, libero dalle indicazioni (restrizioni?) derivanti dal suo ruolo di comprimario e abbattendo ogni confine di genere e stile.
“Head Without Eyes” è un disco scritto e suonato quasi nella sua interezza dallo stesso Per, che si avvale giusto di un paio di amici, Lars Sköld dei Tiamat e Karl Daniel Lydién, per le parti di batteria. Tutto il resto, voce compresa, viene gestito dal musicista svedese in prima persona.
Stilisticamente l’album è sfaccettato e cangiante, con un approccio teso verso la sperimentazione: lo stesso Wiberg prova a descrivere la sua proposta come una sorta di strano e improbabile mix tra Killing Joke, Van Der Graaf Generator, Hawkwind, Talk Talk e Swans. Difficile da immaginare? Allora proviamo a dare qualche coordinata entrando un po’ nel dettaglio delle varie composizioni.
“Let The Water Take Me Home” apre le danze giocando su un piano insistente e martellante, che fa da preludio ad una ritmica cadenzata ed avvolgente, che si apre con l’ingresso dell’organo a dare un tocco maestoso. Completamente diversa, invece, “Anywhere The Blood Flows”, un brano che definiremmo catchy, con quel giro di chitarra essenziale e la batteria che fila dritta come un’autostrada nel deserto, se non fosse per la sua durata che supera gli undici minuti: l’effetto è curioso, ipnotico, un lungo viaggio in cui il paesaggio rimane invariato, lasciando che a scandire il tempo che passa siano solo i chilometri percorsi e la polvere accumulata sui vestiti. Anche “Fader”, posta in chiusura, è un brano molto lungo, ma le atmosfere cambiano ulteriormente: torna protagonista il pianoforte, per gran parte del brano il mood è spettrale, sinistro, mentre nella seconda parte gli strumenti elettrici si scatenano in una coda vischiosa, che affonda le radici nel doom. Al tempo stesso, non mancano episodi più diretti e fruibili, come il singolo “Get Your Boots On” o “Pile Of Nothing”, con le suadenti linee femminili di Billie Lindahl a guidare la melodia.
Coloro che amano spaziare tra sonorità ed emozioni molto diverse tra loro, dunque, troveranno pane per i loro denti in questo “Head Without Eyes”, tuttavia è doveroso sottolineare un’unica considerazione che potrebbe essere d’ostacolo durante l’ascolto. Per Wiberg è un musicista completo, credibile e solido come tastierista, bassista e perfino come chitarrista (che pure non è il suo ruolo congeniale), ma non è un cantante. Saggiamente evita di strafare, restando all’interno delle sue possibilità tecniche, ma è indubbio come le linee vocali non riescano a tenere il passo con il resto della proposta. D’altra parte tutto il disco è, dichiaratamente, un tentativo di uscire dalla propria comfort zone, senza voler rincorrere la perfezione formale, e in questo l’obiettivo può dirsi raggiunto in maniera più che soddisfacente.
