7.0
- Band: PERDITION TEMPLE
- Durata: 00:34:31
- Disponibile dal: 28/11/2025
- Etichetta:
- Hells Headbangers
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Solamente pochi giorni fa, su queste stesse pagine, vi abbiamo raccontato le gloriose gesta dei Malefic Throne e del loro ottimo album di debutto, scritto e rilasciato da tre pesi massimi del settore come Tucker, Longstreth e Palubicki.
Ecco quindi che proprio quest’ultimo torna alla carica anche con il suo progetto parallelo Perdition Temple e segnando un periodo di grazia compositiva quasi insperato per un musicista sicuramente non più di primo pelo e, almeno teoricamente, nella fase discendente della sua carriera artistica. Con “Malign Apotheosis”invece, Gene combatte il passare del tempo a suon di death metal infernale e malvagio, riversando in esso tutte le sue aspirazioni più turpi e primordiali.
Se “The Conquering Darkness” ci ha ricordato infatti il death metal americano degli anni Novanta, questo lavoro spinge l’asticella ancora più indietro nel tempo, sul finire degli anni Ottanta/primi Novanta, quando i primi lavori dei Morbid Angel dettavano la via ad una concezione del metallo della morte mai così estremizzata e parossistica fino ad allora.
Segnato un riferimento temporale ben preciso, i Perdition Temple si gettano nella mischia con una serie di canzoni dal piglio travolgente (“Resurrect Damnation”) e capaci di rimanere taglienti anche su scambi di tempo più lenti, come in “Kingdoms Of The Bloodstained”, ma allo stesso tempo lievemente caotiche e ripetitive in alcuni momenti, perdendo incisività e chiarezza d’intenti.
“Death Insurrection” e la stessa “Malign Apotheosis” ad esempio ricalcano gli stessi percorsi delle prime tracce dell’album, mentre “Bellum Ab Infernum” inizia a mettere in luce una certa stanchezza creativa, fortunatamente poi smentita da brani come “Agony Unto Revelation”, compatta e letale, o la conclusiva “Fell Sorcery”, dove si percepisce qualche richiamo al chaos metal più moderno di realtà come gli Omegavortex, particolarmente apprezzati da Palubicki e valido espediente per variare in parte la statica formula compositiva del gruppo.
A peggiorare le cose, ci pensano scelte in fase di produzione quantomeno discutibili, che in nome forse si un richiamo all’underground più oscuro, si sono dirette verso un risultato assolutamente non all’altezza: le chitarre soffrono in volume e presenza, la batteria suona eccessivamente cruda e ‘davanti’, il basso non è nemmeno pervenuto nel mix generale ed il sound del disco risulta ovattato e poco potente, assomigliando più ad una pre-produzione preparatoria che non ad un full-length debitamente missato e masterizzato.
Il fascino insostituibile e la scaltrezza impenetrabile del lavoro alla chitarra di Gene non bastano purtroppo a sorreggere un lavoro altalenante, dagli arrangiamenti fin troppo istintivi e con qualche ripetizione di troppo per potersi elevare a vero e proprio capolavoro.
Pur giocando in un campionato di livello superiore, ed elargendo spunti ed idee sempre e comunque interessanti, i Perdition Temple si assestano a metà classifica grazie ad un lavoro che, rispetto ai suoi predecessori e alle altre uscite contemporanee dei suoi creatori, non riesce a mantenere la stessa intensità e prorompenza.
Proprio come la sua copertina, “Malign Apotheosis” rimane un lavoro intrigante, ma dai contorni indefiniti ed elusivi, una sorta di tempesta informe che ci avvolge con furore ma non cattura e trasporta via al termine del suo passaggio.
