7.5
- Band: PERIPHERY
- Durata: 01:12:17
- Disponibile dal: 08/06/2010
- Etichetta:
- Roadrunner Records
- Distributore: Warner Bros
Spotify:
Apple Music:
Delicati come elefanti in una cristalleria, i Periphery arrivano a scombussolare la scena estrema con un debutto che promette molto bene anche per il futuro della band. Il sestetto statunitense innanzitutto può vantare una miscela sonora piuttosto personale che si basa su ritmiche ed arrangiamenti math core, stacchi progressive, aperture melodiche alternative, il tutto condito da un retrogusto moderno e cibernetico fatto di sporadici ma determinanti effetti sintetici. All’interno delle canzoni troviamo più di una volta riferimenti ai vari Meshuggah, Dillinger Escape Plan, Strapping Young Lad, Devin Townsend, ma anche Lost Prophets e 30 Seconds To Mars nelle parti più melodiche, tuttavia al di là di queste influenze più o meno determinanti i Periphery dimostrano di non somigliare mai veramente a nessuna delle band sopra citate, ma al contrario di saper imprimere il proprio marchio di fabbrica alle varie canzoni. Fin dall’opener “Insomnia” possiamo apprezzare una sezione ritmica devastante ed iper-tecnica, giocata su ritmi non convenzionali, che manterrà queste soluzioni allucinanti per tutto il disco in alternativa a stacchi lenti conditi sempre da ritmiche dispari e soluzioni melodiche spesso dissonanti. Le parti vocali sono ben costruite, con il singer Spencer Sotelo che alterna con facilità un growl profondo ed effettato a soluzioni in pulito di stampo alternative, anche se alcune linee finiscono per appiattirsi sulle stesse soluzioni melodiche, limitando l’identità del pezzo. La marcia in più per il gruppo originario di Washington arriva dalle chitarre ed in particolare dallo straordinario lavoro del leader Misha Mansoor, eccellente nei sinistri contrappunti solisti dell’irrequieta “The Walk”, superbo nell’assolo in pulito di “Buttersnips” ed in generale fondamentale nell’economia del sound. Questo omonimo debutto non è chiaramente un disco per tutti, stiamo parlando di una serie di canzoni dalla forma spesso libera caratterizzate da continui cambi di tempo e d’atmosfera, pezzi come “Icarus Lives” e la ballata (si fa per dire) “Jetpacks Was Yes” risultano i pezzi più immediati dell’intero lavoro mentre gli oltre quindici minuti della conclusiva “Racecar” sono decisamente pesanti al di là delle prestigiose e intriganti comparse dei guest d’eccezione Jeff Loomis e Elliot Coleman. Le qualità tecnico-compositive dei Periphery sono fuori discussione, anche se su quest’ultimo punto la band americana dimostra ancora qualche limite nell’eccessiva prolissità e margini di miglioramento sussistono anche sulle linee vocali pulite che in alcuni frangenti andrebbero meglio incise. Detto questo, stiamo parlando di un debutto degno di nota che si muove con sorprendente personalità all’interno della scena estrema moderna.
