7.0
- Band: PERISHING
- Durata: 00:45:03
- Disponibile dal: 17/10/2025
- Etichetta:
- Transcending Obscurity
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Con i Perishing si scende nei meandri del death/doom metal più lugubre e claustrofobico. Il gruppo, che sta di base a San José in Costa Rica, è relativamente giovane, essendo in attività da soli due anni, ma è formato da componenti di altre formazioni death metal già inserite nell’underground latinoamericano come Astriferous, Mortual, Necroferum e Bloodsoaked Necrovoid. Questi ultimi sono il progetto più assimilabile ai Perishing, trattandosi di un’altra entità dedita a un death/doom metal con una forte attitudine tendente al funeral.
Questa introduzione non lascia pertanto dubbi sul fatto che “Malicious Acropolis Unveiled” sia un disco impostato su tempi lenti, lentissimi, e un’atmosfera asfissiante. Si segue la scia di tutto il filone moderno che, partendo dalla lezione di Winter, Skepticism e Thergothon, ha dato vita ad un fitto microcosmo di nuovi gruppi dediti a una forma di death metal incentrata sull’angoscia e l’ansia; in questo senso basti pensare a nomi come Coffins o Anatomia.
In alcune parti dei sei lunghissimi pezzi – poche, a dire il vero – vengono inserite delle accelerazioni in un blast-beat semplice e non particolarmente veloce, che riesce però a richiamare lo stile dei Disembowelment, dando un sussulto rivitalizzante alla pachidermica intelaiatura generale delle canzoni; ciò spicca per esempio in “Osedax (Devoured By The Cavernous Worm)”.
L’atmosfera è pesantissima e opprimente, in senso positivo, con un continuo incidere di sezioni ultra-rallentate, che vengono inframezzate dalle sopraccitate accelerazioni o da qualche passaggio più incalzante tra doppia cassa e d-beat in stile Cianide, come in “Castle Of The Leached Body”. Tra i punti di riferimento non possono mancare i leggendari Autopsy, in modo particolare le loro versioni più doom che fanno capo a titoli come “Retribution For The Dead”, “Funereality” “Dark Crusade”, “Meat”, “Necrocannibalistic Vomitorium” e “Sadistic Gratification”, giusto per citarne alcuni esempi.
I suoni sono in linea con la struttura delle tracce; dunque, chitarre minimali con tonalità basse più una distorsione pesante e luttuosa; compatta la sezione ritmica, che scandisce le melodie malinconiche e spettrali che danno un senso di desolazione imperante. Segue invece gli stilemi classici del genere la voce, impostata su un growling estremo e particolarmente profondo.
Azzeccatissima la copertina in bianco e nero, che richiama le tetre ambientazioni d’oltretomba di un guru come Dan Seagrave. Come punti deboli, invece, indichiamo la totale mancanza di originalità, conseguenza tipica di tutti i dischi eccessivamente derivativi, e l’eccessiva ripetitività delle composizioni, che alla lunga può stancare, in modo particolare se non siete degli appassionati di death metal in salsa funeral doom.
L’etichetta che ha deciso di scommettere su questo promettente combo è l’indiana Transcending Obscurity Records e si può dire che ha colpito nel segno con questo disco, soprattutto se non temete gli incubi più funerei e soffocanti.
