PHANTOM SPELL – Heather & Hearth

Pubblicato il 15/07/2025 da
voto
8.5
  • Band: PHANTOM SPELL
  • Durata: 00:39:41
  • Disponibile dal: 18/07/2025
  • Etichetta:
  • Cruz Del Sur Music

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Nel vasto e affollato panorama musicale underground contemporaneo, che vede sorgere e scomparire gruppi heavy metal ad un ritmo forsennato, può sì capitare di imbattersi in band promettenti o entusiasmanti – quelle che di solito vengono indicate come band ‘rivelazione’ – ma, a conti fatti, i gruppi che sembrano fermare il tempo sono più unici che rari.
Difficile adoperare una definizione diversa per i Phantom Spell di Kyle McNeill, cantante, autore e chitarrista dei Seven Sisters, con cui vanta dodici anni di carriera e quattro ottimi album di heavy metal classico, l’ultimo uscito appena lo scorso marzo. I Phantom Spell esistono solo dal 2021, e sono la sua creatura speciale, a tutti gli effetti il suo progetto solista, più che un’altra band, la quale potrebbe però rischiare di diventare – perlomeno in certi ambienti più vicini al rock classico e al progressive – più popolare e chiacchierata del suo gruppo principale.
In questo “Heather & Hearth” il biondo musicista inglese ha suonato tutti gli strumenti, cantato, scritto ed arrangiato ogni nota, dotando i brani di una connotazione britannica così pregnante da far scivolare in secondo piano le innumerevoli definizioni scritte e pronunciate dopo il primo album (non del tutto infondate ma eccessivamente semplificatrici e superficiali), che li descrivevano ‘solo’ come una band NWOBHM influenzata dai Kansas. La musica di Kyle McNeill, si precisa, non ha nulla a che vedere con un semplice esercizio di stile o con un revival nostalgico, è semplicemente l’espressione autentica di un artista che vive e respira il linguaggio sonoro degli anni ’70 senza intenti derivativi.
“Heather & Hearth”, secondo full-length dei Phantom Spell, è il risultato di una conoscenza approfondita e un amore viscerale per band come Camel, Uriah Heep, Wishbone Ash tra le tante, ma anche per la parte più melodica e tragica della NWOBHM. Per quest’ultima, bisogna guardare in primis ai Praying Mantis di “Time Tells No Lies”, indimenticabile debutto del 1981, in bilico, come la musica del Nostro, fra il nascente heavy metal britannico e l’hard rock melodico del decennio precedente.
Inoltre, nonostante “Heather & Hearth” non sia un disco metal in senso stretto, è inevitabile percepire che senza l’irruenza e la tensione emotiva del metal tradizionale britannico (e senza la lunga militanza dei McNeill nei Seven Sisters), la sua musica non avrebbe mai potuto suonare in questo modo.
Rispetto al debutto “Immortal’s Requiem” del 2022, “Heather & Hearth rappresenta un’evoluzione netta: il nuovo album, pur mantenendo una struttura portante prog e l’eco delle band sopracitate, introduce un elemento distintivo: il folk britannico. Un folk che non è decorativo, fatto solo di intarsi acustici e melodici piazzati qua e là, ma parte viva del tessuto musicale. Le atmosfere richiamano Renaissance, Wishbone Ash e perfino i Queen dei primi due album, ma tutto resta indiscutibilmente personale. Basti pensare al primo singolo “Distant Shore”, dalla classe sopraffina, con una sequenza di accordi che ci permette di citare sin da subito la maggiore influenza che permea le sei canzoni del nuovo album: i succitati Camel di Andy Latimer. Un brano che parte dolcemente, dal forte piglio narrativo, in cui lo spirito artistico dei Camel rivive in tutta la sua forza, prima di lanciarsi in una danza progressiva con tanto di hammond e accelerazioni ritmiche, sfociando nei cori che ricordano tanto i brani acustici di “Queen” e “Queen II” (“Some Day One Day”, “Father to Son”, “Mad The Swine”, per dirne alcuni).
“Evil Hand”, al contrario, è puro impatto heavy prog: eco di Uriah Heep e Rainbow con riff valvolari, ritmica incalzante e cori energici a là Praying Mantis preservano lo spirito più puramente NWOBHM. Ed è anche nelle atmosfere, oltre che nei suoni, che emerge la differenza principale fra le due band capitanate da McNeill. Laddove nei Seven Sisters i testi narrano di fantascienza, miti ancestrali e storie fantasy, i Phantom Spell si tuffano a capofitto nell’immaginario quasi canterburiano del progressive rock inglese, raccontando di leggende perdute e paesaggi rurali che richiamano le opere di Tolkien o alcuni racconti de “Il Re In Giallo” di Chambers, cui la musica conferisce una radicatissima influenza folk perfino dove mancano le chitarre acustiche, attraverso gli arrangiamenti e le melodie che ricordano i grandi capolavori del genere. Si pensi ad un brano come “Old Pendle: ogni appassionato di rock britannico non può non riconoscere un fedele, ma originalissimo, tributo ai Pentangle di “The Cuckoo”, ai Trees o ai Mellow Candle dell’album “Swaddling Songs” del lontano 1972; oppure alla successiva “Siren Song”, dove i Wishbone Ash rivivono in un trionfo di chitarre elettriche e acustiche in un ‘crescendo’ finale da manuale.
La monumentale “The Autumn Citadel”, posta in cima alla scaletta – fra moog indiavolati, melodie folk, arpeggi acustici e schitarrate sovrastate da synth – si contorce per i suoi quasi dodici minuti mantenendo una naturale fluidità nonostante le pause, i cambi di sezione e atmosfera (merito di un ritornello memorabile, ma anche di un lavoro di chitarra che tributa in più parti con eleganza maestri come Bryan May e Andy Latimer).
Tuttavia, il momento più alto dell’intera opera è la title-track: già dall’intro, “Heather & Hearth” manifesta la sua natura imperiale, lenta e solenne, che da un riff che sembra uscito dalle mani di Andy Latimer si scioglie in un viaggio che sonda terreni acustici, poi elettrici, fino ad un crescendo orchestrale di valvole tirate al limite e batteria marziale, con le chitarre armonizzate che sfumano in un canto che si fa quasi litania celtica, nell’accompagnare, come in un requiem, la canzone verso il suo compimento naturale.
I Phantom Spell di McNeill, dunque, danno alle stampe un album memorabile, totalmente estraneo a logiche di consumo veloce e che, pur pregno di atmosfere tipicamente folk progressive che lo fanno sembrare un album del 1976 (nella migliore accezione possibile), non indulge in alcun manierismo autoreferenziale. Una produzione ed un’esecuzione che sfiorano la perfezione vanno di pari passo alla composizione ed alla capacità di narrare e mettere in scena un immaginario lirico e musicale che sembrava andato perduto nelle produzioni di formazioni recenti. Una sintesi del genere, unita alla visione e al talento unici e personali del suo artefice, fa rivivere la musica preziosa di Camel, Wishbone Ash e altre band di spessore attraverso brani che non avrebbero sfigurato su alcuni dei loro album migliori.

TRACKLIST

  1. The Autumn Citadel
  2. Siren Song
  3. Evil Hand
  4. A Distant Shore
  5. Heather & Hearth
  6. Old Pendle
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