PIAH MATER – Under The Shadow Of A Foreign Sun

Pubblicato il 15/07/2024 da
voto
7.5
  • Band: PIAH MATER
  • Durata: 00:50:22
  • Disponibile dal: 05/07/2024
  • Etichetta:
  • Code666

Ci hanno impiegato sei anni a tornare sulle scene, finalmente, i brasiliani Piah Mater, già sondati ed apprezzati all’epoca del secondo album sulla lunga distanza, il buono “The Wandering Daughter” del 2018, appunto. Ancora editi dalla nostrana, storica Code666, i carioca si ripresentano all’appello della scena progressive death metal con il terzo “Under The Shadow Of A Foreign Sun”, un disco che ne conferma le capacità e le velleità artistiche, cercando di andare oltre i più ovvi paragoni fatti in passato e di far mutare ulteriormente in positivo la considerazione e l’importanza che Luiz Felipe Netto e Igor Meira hanno fin qui guadagnato tutto sommato con pieno merito.
Già, perchè, sia nel debutto “Memories Of Inexistence” (2014), sia nel già citato “The Wandering Daughter”, l’influenza prioritaria degli Opeth risultava davvero molto invasiva, relegando i Piah Mater a semplici epigoni brasileiros dei loro illustri colleghi e capostipiti di genere svedesi. Due lavori di classe, molto piacevoli e ben composti, ma realmente tanto derivativi in ambito progressive extreme metal, ambito nel quale è concesso tutto e anche molto di più, possibilmente generato da genuina ispirazione. Questa sorta di prova del nove – è pur sempre, infatti, un terzo disco – ci fa ben sperare per un futuro, se non di successo esagerato, che potrà essere di valore, apprezzato e, particolare da non sottovalutare, permeato da quella classe innata che poche formazioni hanno.
Lasciato a casa il batterista Kalki Avatara e tornati ufficialmente un duo, la coppia Netto/Meira si è però contornata di un vasto campionario di ospiti per portare a termine “Under The Shadow Of A Foreign Sun”: al basso Luan Moura e alla batteria Pedro Mercier, e poi ad esempio Jorgen Munkeby degli Shining norvegesi al sassofono in “Fallow Garden”, un quartetto d’archi, un flauto e voci operistiche utilizzati nel bellissimo trittico finale di pezzi, molto più orientato al progressive tout-court rispetto alla parte iniziale, ancora un po’ troppo ridondante di echi opethiani.
Tutta questa classe, questa eleganza, questa pacata ma solida raffinatezza ci indicano i Piah Mater quasi più come portoghesi che brasiliani, in quanto, sebbene ben si sappia la vicinanza storico-culturale dei due paesi, è evidente tra i solchi del nuovo album come la band preferisca atmosfere malinconiche e severe al posto di tribalismi e giochi con strumentazione tipica sudamericana; all’interno di “Under The Shadow Of A Foreign Sun”, difatti, troviamo agganci al fado portoghese, non alla samba brasiliana, alle note decadenti e strazianti della musica tipica lusitana, non al primitivo afrore percussivo derivante dai balli indigeni delle tribù native della foresta amazzonica. E’ un progressive death metal che unisce dunque le strutture pesanti ed estreme degli Opeth di metà carriera (diciamo quelli tra “My Arms, Your Hearse” e “Blackwater Park”) ad un’attitudine acustica languida ed evocativa, pregna di mestizia e disincanto. L’esecuzione è perfetta, così come la produzione, che non risulta troppo ‘laccata’ e dimessa, ma che aiuta anche a tenere elevate le dosi di pulizia e nitidezza di suono.
Sei tracce per cinquanta minuti complessivi di durata sono un giusto minutaggio per un lavoro che ambisce a portare i Piah Mater ad un altro livello di comprensione, a tratti pienamente riuscita, anche nell’immediato, in altri tratti – e qui sta forse l’unico difetto dell’album – diventata più farraginosa che in passato, bisognosa di tanta attenzione nell’ascolto ed una presenza di spirito ideale per lasciarsi trasportare dall’affondante flusso di note delle costruzioni soniche dei Nostri.
Se la breve strumentale acustica “Macaw’s Lament” spezza il ritmo delle lunghe composizioni attraverso una partitura di arpeggiati e pizzicati davvero molto ‘fadesca’, basta sentire la parte iniziale della conclusiva “Canícula” per venire presto proiettati nei locali più nascosti delle vie di Lisbona e Porto ed esser cullati dalle magiche note prodotte; è ben oltre la metà canzone che la sezione acustica lascia la scena infine ad una chiosa fortemente doom-progressive metal, con un incedere dispari e imprevedibile sì da lasciar basiti. E se in “In Fringes” e “Terra Dois” trova espressione massima il progressive estremo di ottima e cangiante fattura, sempre rivisitato in salsa lusitana, nei primi due brani, l’apertura “As Islands Sink” ma soprattutto la nostra preferita, “Fallow Garden”, i Piah Mater giocano più con strutture consone al genere proposto, sfoderando nella seconda citata, addirittura, chiare influenze black metal à la Emperor o à la Primordial, dove voci pulite, piene e limpide si alternano ad un growl prepotente e raschiante.
Tirando le somme, “Under The Shadow Of A Foreign Sun” è una prova superata per il duo brasiliano, prova che però non riusciamo a giudicare migliore delle precedenti due, considerando che secondo noi può essere ancora migliorata l’immediatezza dell’assimilazione della proposta, vero punto di svolta per il proseguo dell’attività del gruppo di Rio de Janeiro. Bravi lo sono, se li proverete non vi deluderanno.

 

TRACKLIST

  1. As Islands Sink
  2. Fallow Garden
  3. Macaw's Lament
  4. In Fringes
  5. Terra Dois
  6. Canícula
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