PILGRIM – II: Void Worsphip

Pubblicato il 07/05/2014 da
voto
7.0
  • Band: PILGRIM
  • Durata: 44:47
  • Disponibile dal: 01/04/2014
  • Etichetta: Metal Blade Records
  • Distributore: Audioglobe

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Affacciatisi sul mercato due anni or sono con il mediamente bene accolto “Misery Wizard”, uscito sotto l’egida di una Metal Blade ultimamente molto attiva nel cavalcare l’interesse per il metal old-school – vedasi anche la recente annessione al roster degli Slough Feg –  i Pilgrim tentano di consolidare quanto fatto intuire con l’esordio tramite un nuovo atto di devozione al doom trattenuto, solenne, evocativo di scuola finlandese. Questi musicisti americani non si fanno problemi a gettare un ponte diretto verso i Reverend Bizarre, mostrano senza ritegno come questa entità abbia rappresentato la loro principale musa ispiratrice, ma sono scaltri abbastanza da non farsi soggiogare dalla smisurata passione per gli autori di “In The Rectory Of The Bizarre Reverend”. All’interno di “II: Void Worship”, diviso tra quattro canzoni cantate e altrettante strumentali, affiora infatti un certo grado di apertura verso il doom ottantiano di ascendenza Solitude Aeturnus e, in misura minore, Candlemass, che smussa gli angoli del disco e propone il combo come un approdo sicuro anche per chi si nutre di metal classico e di norma fatica ad assimilare stilemi dai toni gravi e cupi. All’altezza della terza traccia, “The Paladin”, si assiste addirittura a una velocizzazione del normale modus operandi dei Pilgrim, che incalzano con tempi medio-veloci e un refrain d’impatto, seguendo la lezione dei Saint Vitus e dei Black Sabbath più rolleggianti. “The Paladin”, affacciata su andamenti più spinti e strizzanti l’occhio anche alle cavalcate da biker dei Manilla Road, rimane un caso isolato nella tracklist, in quanto gli altri tre pezzi cantati affrontano regimi percettibilmente più tortuosi. In questi casi le chitarre stringono, sottopongono a vibrazione e quindi rilasciano note sibilline, ci si crogiola fra cruenti scenari, mistero e precari equilibrismi sulle sponde del vuoto che tutto inghiotte. Le strumentali, seppure costruite con cognizione e non dispersive, servono principalmente da collegamento fra i capitoli con la presenza del singer, mentre prese di per sé non danno grandi soddisfazioni. Assecondati nel nostro periglioso incedere da una voce tra il baritonale vibrato di Albert Witchfinder e note alte vicine al raggio d’azione di Robert Lowe, seguiamo la band assecondare la propria identità brumosa con l’avvio di “Master’s Chamber”, in cui l’impronta dei Reverend Bizarre appare immediatamente evidente, immettendoci in un tunnel di lentezza e pesantezza apparentemente infinito. Il pezzo si dipana quindi su tempi medi a bassi regimi e dalle chitarre scroscianti, nei quali affiorano linee melodiche brillanti in mezzo ai sentori sepolcrali, prima di una chiusura sonnacchiosa dal sapore magico. Le sensazioni migliori si hanno però più avanti, a partire da “Void Worship”, introdotta da un riff crepitante ai limiti dello stoner, che sale calma e senza fretta per assestarsi su coordinate vicine all’epic metal più ermetico e duro, così tragicamente eroica da farci sussultare e ricondurre i nostri pensieri a quanto a suo tempo dettato da “Into Glory Ride”. Con l’aggiunta di un rassicurante e avvolgente assolo leggermente sporcato di blues e l’intensa performance di The Wizard, a cui plaudiamo per come mette l’estensione  al servizio di un’interpretazione sinceramente tormentata, questa traccia fa salire di livello i Pilgrim e ne espande il raggio d’azione. Superata una nuova strumentale, una mera parentesi per prendere fiato, ci troviamo al cospetto di un altro affresco di doom perfettamente bilanciato tra l’aggiornamento dei registri seventies e l’interpretazione più squillante data al genere negli anni ’80. “Away From Here” ci ricorda per alcuni versi la leggendaria “Samarithan”, non tanto per una mera somiglianza stilistica, quanto per la ricerca dell’introspezione e i sentori epici che anche stavolta non hanno propria voglia di abbandonarci. Di fondo, questa canzone è però un lungo commiato, una cullante camminata nella tristezza meno incline alla disperazione. Non mancano tempi medi da headbanging in slow motion, per quella che ci sentiamo di valutare come la composizione più riuscita dell’intero lavoro, il quale sconta purtroppo un eccessivo sbilanciamento sulle strumentali: se  al loro posto ci fossero state almeno un paio di tracce cantate dal songwriting ispirato saremmo potuti essere più generosi nella votazione con i giovani doomster del Rhode Island.

TRACKLIST

  1. Master's Chamber
  2. The Paladin
  3. Arcane Sanctum
  4. In the Presence of Evil
  5. Void Worship
  6. Dwarven March
  7. Away from Here
1 commento
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