6.0
- Band: PLINI
- Durata: 41:44
- Disponibile dal: 24/04/2026
Negli ultimi anni il chitarrista australiano Plini si è costruito una reputazione solida e ben definita all’interno della comunità prog mondiale con uno stile chitarristico fatto di virtuosismi sì, ma anche di melodia ricercata, cura maniacale nelle ritmiche, fraseggi elaborati e una personale forma di edonismo musicale che lo distingue nettamente dalla massa di axemen tecnici e, diciamocelo, spesso intercambiabili che affollano la scena.
Un percorso artistico coerente, quello del nostro, concretizzato in lavori come il bellissimo “Impulse Voices”, nelle innumerevoli collaborazioni con artisti di differente estrazione e, non ultimo, nella progettazione del proprio strumento signature realizzato con Strandberg: una chitarra capace di incarnare nelle forme, nei colori e nei suoni molto di quello che Plini ha costruito artisticamente nel corso degli anni.
Ascoltando “An Unnameable Desire” si ha però l’impressione che quell’identità così faticosamente plasmata si sia improvvisamente dissolta, lasciando spazio ad un lavoro confuso, episodico, che sembra rispondere più alla necessità di mettere un prodotto sul mercato che al desiderio di aggiungere un tassello significativo al mosaico costruito finora.
Ci rendiamo conto che la filosofia dichiarata dietro questo quarto lavoro discografico sia quella di una composizione spontanea e volutamente spensierata e , considerando la tendenza elitaria del mondo prog a creare complessità fine a se stessa, questo è un approccio che si potrebbe anche condividere in linea di principio. Il problema sta però nel risultato finale: un’opera cui manca una struttura e un filo conduttore capace di tenere insieme i suoi pezzi, quasi che la spontaneità sia diventata un alibi per l’assenza di direzione.
Nella quarta fatica discografica del nostro troviamo molti degli ingredienti già assaggiati nei lavori precedenti: le ritmiche djent, gli arpeggi di chitarra acustica capaci di creare ambientazioni sognanti, i fraseggi veloci e taglienti che arrivano dritti in faccia all’ascoltatore.
Ciò che manca è però quella scintilla creativa che aveva reso memorabili pezzi passati come “I’ll Tell You Someday” o “Electric Sunrise”: la fiamma che trasforma un insieme di buone idee in qualcosa davvero in grado di restare incollato alla memoria.
L’unico momento in cui “An Unnameable Desire” si eleva al di sopra di questa opacità è nella title-track, forse il brano in cui l’artista ha investito maggiormente e che, effettivamente, estende la propria tavolozza con elementi sperimentali pensati e ben amalgamati al contesto dell’opera.
Il resto dell’album, pur non essendo oggettivamente privo di qualità, tende ad assestarsi su un anonimato di fondo che difficilmente lascerà il segno al di fuori della cerchia dei fan più sfegatati del genere.
Alla fine dei giochi, “An Unnameable Desire” è – purtroppo – un’occasione persa, soprattutto considerando le capacità di un artista che ha già dimostrato di saper fare di meglio, molto meglio. Siamo certi che Plini abbia ancora molto da dire, ma questo non è il disco in cui lo fa.
