7.0
- Band: POISON RUÏN
- Durata: 00:43:45
- Disponibile dal: 03/04/2026
- Etichetta:
- Relapse Records
Dopo un tortuoso percorso tra underground e primi riconoscimenti di pubblico grazie al passaggio su label strutturate, la band di Philadelphia prova con questo quarto full-length (il secondo per Relapse) a darsi una direzione più uniforme, abbandonando l’approccio DIY e scegliendo di affidarsi alle cure di Jonah Falco in fase di produzione, e al mastering di Arthur Rizk (Power Trip, Integrity tra gli altri).
Il risultato è un disco che, pur non gettando via alcune peculiarità proprie dei Poison Ruïn – un certo sapore lo-fi, l’abrasività e uno sbracato ma efficace gusto melodico – trova una sua forma più omogenea, con i piedi saldamente piantati negli anni Ottanta. Forse fin troppo, ma andiamo con ordine.
Dopo la breve intro strumentale che richiama quel sotterraneo amore, mai sedato, per il dungeon synth, “Lily Of The Valley” mette subito in mostra un riuscito amalgama tra i Killing Joke più viscerali e gli Husker Du. La band di Jaz Coleman, in particolare quella del primo periodo, è un riferimento quasi costante su tutto il disco, dalla circolarità dei riff agli spasmi più furiosi e tribali di batteria, e a volte anche per un certo afflato iniziatico o estatico (“Eidolon”, “Serpent’s Curse”). Tuttavia Mac Kennedy e soci riescono sempre a fermarsi un passo prima del plagio, vuoi con richiami più smaccatamente punk, quando non inaspettatamente NWOBHM (come nella title-track), o arrangiamenti particolari, ma funzionali.
Ne sono esempio la delicata “Howls For The Citadel” – che riporta in auge quel richiamo a un medioevo fantastico che la faceva da padrone agli esordi, presente anche in qualche breve passaggio più avanti – o la trasognata “Puzzle Box”.
“Pilgrimage” è grezza e insieme evocativa, con quella sbracatezza che decolla vieppiù su “Guts (Lay Yourself Aside)” e “Dust”: un trittico selvaggio, crust, che conferma le profonde radici della band nelle varie sfumature della seconda ondata punk di scuola inglese – dall’anarco punk di Rudimentary Peni e Amebix alla furia dei Discharge – capace di trovare un’ottima sintesi nella malignità tossica di “Crescent Sun”.
“Hymns From The Hills” è insomma il disco in cui i Poison Ruïn cercano una maggior sintesi, riuscendo sicuramente nell’intento, ma mostrando forse in maniera troppo smaccata le varie fonti d’ispirazione; sicuramente apprezziamo la sensazione di una band che ha smesso di fare l’occhiolino al più vasto pubblico possibile, che avevamo avuto con i due precedenti dischi; con un piccolo sforzo creativo, in futuro potremo sicuramente goderci grandi cose.
