POLARIZED – Western Hypnosis

Pubblicato il 08/09/2015 da
voto
7.5
  • Band: POLARIZED
  • Durata: 00:38:49
  • Disponibile dal: 04/09/2015
  • Etichetta:
  • Mighty Music
  • Distributore: Audioglobe

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Quindi si può ancora fare. Non ci sono leggi che lo vietino. Cominciavamo a crederlo. A forza di sentire solo un certo tipo di thrash metal basilare, ignorante, aderente a un’idea molto semplicistica del genere, fondata esclusivamente sull’impatto immediato, tempi scatenati a oltranza e chorus anthemici, ci eravamo rassegnati a non risentire fraseggi melodici elaborati, tempi ragionati, tatto e intrecci strumentali curati come accadeva in molti platter al termine dell’età dell’oro, e nella fase declinante, del thrash. Invece, eccoci qui ad apprezzare un gruppo che ci inonda di un’aria finalmente non viziata, pura, un inno al thrash statunitense di seconda/terza ondata, sospeso fra le tentazioni tecnico-progressive in voga fra Anni ’80 e ’90 e qualche passaggio più brusco figlio del thrash/death dei Nineties. Le ragioni di questa commistione hanno un loro logico fondamento nella storia personale dei singoli musicisti coinvolti, partendo dal più noto dei quattro, ovvero Daniel Botti, storico cantante/chitarrista dei Node, che ha lasciato nel 2008. Gli altri strumentisti sono lo svedese Lars Lindén (bassista, in forza nei Carnal Forge), il bosniaco Dino Medanhodzic (chitarrista solista, impegnato pure lui coi Carnal Forge per un paio d’anni) e un altro ex Node, il batterista Marco Di Salvia, nel gruppo nostrano fra il 2002 e il 2010: costoro portano con sé un bagaglio di ascolti ed esperienze che guarda sia alle band della prima giovinezza, quelle che li hanno indirizzati verso la ‘dannata’ via del metal, sia alle formazioni in cui hanno militato, rivolte a uno stile leggermente meno tradizionale. Alla fine, l’esordio assoluto dei Polarized “Western Hypnosis” coniuga alla perfezione tessiture armonico/melodiche appartenenti al thrash classico e spigolosità, groove, pesantezza, del periodo in cui i Nostri si stavano mettendo alla prova come musicisti: in poche parole, un compendio di old-school e modernità, con il baricentro spostato però sulle sonorità più datate. Farà abbozzare un sorriso a più di un thrasher vecchia scuola l’incipit di “Seventh Sin”, in arrivo direttamente dagli anni ruggenti di “Rust In Peace” di chi sapete voi: ebbene sì, l’influenza maggiore del quartetto è la creatura di Dave Mustaine all’apice dell’inventiva. Non è un segnale fugace questo, perché già lo sviluppo dell’opener dice moltissimo su come si dipanerà la tracklist. La mutevolezza del riffing è il primo elemento a suscitare interesse: fra sprazzi sci-fi, incroci galoppanti, piccoli effetti qua e là ad aumentare il feeling freddamente tecnologico, melodie progressive, le chitarre tirano le fila del pezzo. I tempi sono molto controllati, la poca invasività della batteria assomiglia a quella degli album dei FatesWarning del primo periodo con Ray Alder: “Wish’Em Well”  in questo senso è emblematica, emerge per la costruzione circolare e il crescendo quasi epico nel refrain a due voci, mentre le ritmiche viaggiano abbastanza lineari ma con quelle poche, necessarie, variazioni che rimangono in testae fanno svoltare un pezzo da una selva di spunti sconnessi a un insieme fluido e appagante. La ripresa dell’andamento iniziale dopo l’assolo principale è da manuale. Con “Recipe Of Death” entriamo prepotentemente in territori estremi, le cadenze e la forza percussiva si alzano, anche la voce diventa più aspra, sembra quasi di sentire i migliori Node flirtare con gli Atheist. Nonostante faccia una buona figura, questo pezzo testimonia il maggior agio della formazione nel muoversi su sonorità ariose e progressive, piuttosto che intransigenti e distruttive. Infatti, proprio nella fase centrale arrivano due ottimi episodi di thrash ‘evoluto”: “Black Loyalty” media fra i Metallica dei primi quattro full-length quando si settavano nella modalità semi-ballad, gli Aftermath di “Eyes Of Tomorrow” e i Flotsam And Jetsam di “Cuatro”. Le sei corde dipingono radiosi arcobaleni di note e si tengono ben lontane da prolissità e incongruenze. “Rise” esplora paesaggi digitali che non sarebbero dispiaciuti a Realm e Toxik, solo che qua lo scorrimento è meno turbolento e il groove si ritaglia uno spazio maggiore. Malinconia e amara riflessione si intrufolano nei registri sonori, segnando indelebilmente anche “Permanent War”, che potrebbe portare alla mente alcuni topos dei Depressive Age rivisitati con un sound più americano. “Listen” invece pesta con maggior convinzione, in questo valorizzando la potenza di Di Salvio, davvero una mosca bianca del panorama thrash attuale nell’interpretazione del suo strumento: ci viene nuovamente spontaneo un piccolo accostamento, in questo caso coi Bitter End di “Harsh Realities”, e in questo contribuisce assai la vocalità sprezzante e un po’ sardonica di Botti. Conclude in bellezza la titletrack, altro episodio alternante partiture serrate e di assalto con ampie circonvoluzioni fra il nostalgico e il futurista, secondo una dicotomia uomo/macchina gestita benissimo dai Polarized nel corso del disco. Se il sottoscritto dovesse scegliere oggi quale sia il miglior disco thrash del 2015, non avrebbe dubbi: “Western Hypnosis”.

TRACKLIST

  1. The Seventh Sin
  2. Wish 'Em Well
  3. Recipe for Death
  4. Black Loyalty
  5. Rise
  6. Permanent War
  7. Listen
  8. Western Hypnosis
1 commento
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