PORT NOIR – The Dark We Keep

Pubblicato il 11/05/2026 da
voto
7.0
  • Band: PORT NOIR
  • Durata: 00:49:07
  • Disponibile dal: 15/05/2026
  • Etichetta:
  • Inside Out

I Port Noir rappresentano un modo ‘giovane’ e iper-contaminato di intendere la materia progressive metal – progressive che in questo caso diventa una base di partenza, una coloritura primitiva, dalla quale ramificare le proprie tumultuose correnti sonore, arrivando a una sintesi più o meno felice (a seconda delle circostanze e prospettive di chi ascolta) tra metal bombastico, pop, elettronica, alternative rock e mollezze melodiche varie ed eventuali.
Un percorso che, a grandi linee, prende spunto dai Leprous per quanto riguarda il contesto più prettamente metallico e i Muse dal lato più squisitamente pop.
Avevamo utilizzato proprio questi ultimi, in passato, come paragone perfetto – in salsa metallica – per le partiture del trio nordico; una sensazione che il nuovo “The Dark We Keep” non fa affatto evaporare, anzi, sottolineando una volta di più l’adesione a un modo di fare musica che prende da diversi mondi, per comprimerli in uno stile oggi più omogeneo del solito.

Attentissimi a valorizzare la grossezza, la rotondità e il peso specifico del proprio martellare chitarristico e ritmico, i Port Noir sfrondano degli aspetti più vistosi e ammiccanti il proprio suono, non rinunciando di converso a un tasso di melodiosità altissimo, vocalizzi melliflui e la generale propensione a un fare seduttivo, da artisti pop navigati.
L’atteggiamento complessivo è quindi meno piacione, meno concentrato sul ricercare il ritornello ad effetto, oppure il groove contagioso, c’è una vena di malinconia persistente ad attraversare adesso il modo di suonare della formazione, un cipiglio più severo e immalinconito. La musica scorre allora luccicante eppure ombrosa, le chitarre ribassate a incastrarsi in ritmiche relativamente lente, con qualche sospetto di djent a corroborarne lo spessore; abbondante l’effettistica, l’elettronica di contorno, seppure non diventi dominante o destabilizzante rispetto agli altri strumenti.

Si coglie un avvicinamento al mood intristito, sognante e sofisticato degli ultimi Leprous, con le dovute differenze stilistiche e di caratura artistica, laddove la band guidata da Einar Solberg permane a un grado di originalità ben superiore.
Lo sforzo dei Port Noir per modificare in parte le proprie sembianze, ricercare una nuova via del loro mix di prog, alternative e pop, riesce lo stesso a convincere: le canzoni appaiono ben costruite, efficaci nel far interagire umore dolente, melodie fini, arrangiamenti ben studiati e un assetto ritmico fragoroso, ma controllato. Ciò rende il loro modo di suonare lievemente meno diretto, guadagnando viceversa un maggior spessore, un pizzico di cerebralità che in contesti prog, anche quelli così apparentemente facili e smussati, fa piacere percepire.
Come già la minimale copertina vorrebbe annunciare, siamo in presenza di un’opera dal fascino che definiremmo noir, elegantemente notturna: un’apertura sorniona come quella di “Complicated” va appunto ad avvalorare questa idea, così come l’appena successiva “Redshift”, pur alzando i volumi e la pesantezza delle chitarre, non diventa mai dirompente, piuttosto adagiandosi su cadenze calme, melodie sospese, vocalizzi sofferti e tristemente accattivanti.
Tutta questa compostezza e posatezza a volte sono scompigliate, durante il disco, in nome di qualche passaggio più vibrante e urgente, utile più che altro a non rimanere intrappolati solo in un tipo di atmosfera, in un incedere che alla lunga diventerebbe monocorde.
Nella sua interezza, “The Dark We Keep” funziona e ci fa apprezzare il terzetto sotto una lente parzialmente inedita, che potrebbe fargli guadagnare qualche punto presso coloro che magari li aveva incrociati, bollandoli come qualcosa di troppo melodico, ‘poco metal’ ed eccessivamente piacione.

Il livello delle composizioni, pur apprezzabile, non riesce però a salire con continuità a livelli di eccellenza. C’è molto ottimo artigianato di prog modernista ma pochi veri guizzi di genio, oppure la capacità di elaborare canzoni che restino nel cuore, che possano diventare dei classici per questo genere.
In fondo, anche i singoli rilasciati prima dell’uscita (“Noir”, “Burst”, “Ebb And Flow”) non sono in grado di spiccare più di tanto, figli sì di un buon talento, però parzialmente intrappolato in schemi compositivi che concedono nulla o quasi all’azzardo: non si sente nulla di così ‘speciale’ nella musica dei Port Noir, che rimangono buoni interpreti del settore, sufficientemente personali per non annaspare nell’anonimato, ma ancora lontani non solo dai già nominati Leprous, ma pure da un nome come gli australiani Voyager, realtà orbitante in un sottogenere simile, più abile nello scrivere canzoni dotate di giri melodici che restino in testa, si facciano ricordare – cosa che ai Nostri invece succede solo occasionalmente, nonostante “The Dark We Keep” suoni bene e si faccia ascoltare con assoluto piacere. Arrivati al quinto disco, il percorso del trio nordico prosegue con sicurezza, anche se probabilmente non gli potremo mai chiedere un lavoro li ponga tra i leader del progressive metal contemporaneo.

 

TRACKLIST

  1. Complicated
  2. Redshift
  3. Noir
  4. Ebb and Flow
  5. My Destroyer
  6. Vargtimmen
  7. Burst
  8. Reverie
  9. This View
  10. Bloodlust
  11. 11. We Shall Die Together
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