7.0
- Band: PRO-PAIN
- Durata: 00:33:22
- Disponibile dal: 15/05/2026
- Etichetta:
- Napalm Records
I Pro-Pain sono un nome storico della scena di New York: negli anni ’90 la band del cantante e bassista Gary Meskil è stata tra le prime formazioni ad appesantire l’hardcore classico spostandone le coordinate sonore, intercettando sia l’importanza crescente del groove metal che l’evoluzione ‘street’ e dura del NYHC, senza escludere alcuni elementi rap-metal. “Foul Taste of Freedom” (1992) fotografò benissimo questo momento storico, rendendo Meskil una figura chiave della scena anche senza ottenere il successo dei Biohazard (di sicuro una band che ha fatto cose simili, mettendo tutti gli altri decisamente in ombra).
La lunga carriera del gruppo è contraddistinta da una grande coerenza artistica, che ha permesso ai Pro-Pain di proseguire per trentacinque anni con un seguito fedele, senza evoluzioni stilistiche ma senza nemmeno plateali cadute di stile.
Non c’è mai stato un vero e proprio stop alle attività dei Pro-Pain, se non discograficamente: “Stone Cold Anger”, il loro sedicesimo album in studio, arriva infatti dopo una lunga e consapevole pausa, che il leader ha imposto per arrivare a concepire qualcosa di realmente significativo. Certo, i numerosi cambi di line-up non hanno aiutato, ma per l’occasione c’è il gradito ritorno del chitarrista Eric Klinger, che ha servito la formazione per diversi anni.
Il disco vale davvero questa lunghissima attesa?
Come dicevamo, i Pro-Pain sono una one-man army, di sicuro il loro corso stilistico non ha mai subito gravi scossoni, perdendo per strada solamente le brevi interazioni con l’hip-hop degli esordi e concentrandosi su quel sound massiccio ed incazzato che ha influenzato formazioni fondamentali come gli Hatebreed. Certo, l’aggressione subita da Klinger nel 2017 – un pestaggio violento con scopo di furto, che ha lasciato danni permanenti all’artista – e la condizione socio-economica mondiale hanno gettato benzina sui malumori, da sempre combustibile per le tematiche della band, così da mantenere un impatto onesto e tangibile, capace di andare oltre l’inscalfibile attitudine dei newyorchesi.
Il sound del disco è sicuramente familiare, in brani come “Oceans of Blood”, “March of the Giants” “Demonic Intervention” e “Rinse & Repeat” troviamo infatti quell’aggressività costante sulla quale il gruppo ha costruito la propria identità, i riff ribassati, il groove lineare e minaccioso.
La componente street punk è probabilmente quella dove la band risulta meno incisiva, con brani facili quali “Uncle Sam Wants You!”, “Scorched Earth” e “Jonestown Punch” a fungere più come variazioni sonore che altro, richiamando un sound vecchia scuola in maniera povera e scolastica. Troviamo episodi decisamente più gustosi quando alle fondamenta metal/hardcore si aggiunge una componente di melodia ed accessibilità: “Stone Cold Anger”, “Hell or High Water” e “Sky’s the Limit” sono immediate e memorabili, inoltre il lavoro delle chitarre – riff midtempo con linearità quasi industrial, armonie e scelte melodiche – li avvicina piacevolmente ai Prong dell’era “Beg to Differ”/”Cleansing”.
Probabilmente “Stone Cold Anger” non è il miglior disco dei Pro-Pain, ma possiamo dire che è valso l’attesa, soprattutto per chi ha qualche ruga sul viso e non ha mai smesso di seguire una band sempre oneste con se stessa e con i propri seguaci.
E’ proprio questa onestà che, pur nella semplicità e nell’innegabile ripetizione di una formula ben nota ma proveniente da chi un determinato sound ha contribuito a concepirlo, va a ripagare i fan in un disco in generale compatto e godibile.
