PROSCRIPTION – Desolate Divine

Pubblicato il 26/08/2025 da
voto
8.0
  • Band: PROSCRIPTION
  • Durata: 00:44:27
  • Disponibile dal: 29/08/2025
  • Etichetta:
  • Dark Descent

È un urlo che si propaga dal profondo, quasi scaturisse dalle viscere della Terra, quello lanciato dai Proscription con il loro secondo full-length in uscita su Dark Descent Records.
Un lavoro intrinsecamente malvagio e distruttivo che, senza sconvolgerlo, amplia e perfeziona il linguaggio adoperato dall’esordio “Conduit” cinque anni fa, ribadendo la volontà di Christbutcher e compagni di porsi in una sorta di limbo equidistante da varie scuole di pensiero death-black, in cui la polvere sollevata dall’Armageddon, a poco a poco, si deposita su una distesa esausta dove sono sostanzialmente le tonalità del grigio e del nero a prevalere, con punte di rosso fuoco a fungere da fari e a marcare il paesaggio.

Musica che, a dispetto di una certa tipologia di estetica e delle associazioni che il legame con l’etichetta del Colorado potrebbe suggerire, scansa ancora una volta la catalogazione automatica – e affrettata – nell’archivio dell’old-school contemporaneo, facendo sì fede al rigore e all’austerità della tradizione, rintracciabile nei capisaldi di Immolation e Incantation, ma non tirandosi indietro dall’abbracciare andamenti e soluzioni più moderni, tra un approccio brutale figlio di Nile, Hate Eternal e Azarath e digressioni cinematografiche che, in qualche modo, arrivano a ricordare quelle dei black metaller Akhlys.
Un ascendente, quest’ultimo, che non deve stupire più di tanto, specie se si pensa alle volte in cui il suddetto cantante/chitarrista ha incrociato la propria strada con quella di Naas Alcameth, leader degli autori di “Melinoë”, sia coinvolgendolo come paroliere di Maveth e – appunto – Proscription, sia affiancandolo nella line-up del progetto Excommunion.

Da questa fusione di vecchio e nuovo, di saturazioni ribollenti e vuoti spettrali, il cui procedimento sembra essere stato compiuto all’interno di un altoforno, nasce quindi un album che dapprima si impone per la sua furia e la sua intensità, scorrendo a mo’ di colata piroclastica e portando l’ascoltatore a concentrarsi sulla possanza dell’insieme, piuttosto che sulle sfumature e sui dettagli, e che in un secondo momento – una volta superato l’impatto debordante con il muro di chitarre luciferine e ritmiche telluriche, tenute insieme da un growl che dà nuovamente l’impressione di essere quello di un Balrog iracondo – consente di apprezzare il lavoro di affinamento compiuto dal gruppo in questo lasso di tempo.

Rispetto a quella del 2020, la raccolta si esprime insomma attraverso una prosa più lucida e dinamica, nella quale i cambi di tempo godono di una scorrevolezza e una vivacità maggiori, la melodia – quando utilizzata – produce effetti accecanti (basti sentire l’incipit del midtempo “The Midnight God”, o la parentesi posta a metà della successiva “Behold a Phosphorescent Dawn”) e i riff, per quanto impetuosi, suonano più ‘rotondi’ e memorizzabili, nel segno di una scrittura che rintraccia agevolmente nella ferocia e nell’annientamento il proprio equilibrio.
Si evoca l’Apocalisse, il mondo viene ridotto in cenere, ma senza che il tumulto di questi avvenimenti faccia perdere il controllo al quartetto, abilissimo nell’impastare il magma delle proprie influenze e nel tenere salde le redini del discorso dall’inizio alla fine della tracklist, manifestando personalità e desiderio di affrancarsi dai cliché in voga nell’underground death metal anche a livello di scelte sonore.

Affidando a Dave Otero (Archspire, Cattle Decapitation, Wake) le fasi di mixing e mastering dell’album, i Nostri hanno infatti permesso a “Desolate Divine” di godere di suoni enormi e potentissimi, lontani dalle frequenze ruvide e sporche che – di nuovo – sarebbe logico associare al marchio Dark Descent, per un’esperienza di ascolto piena, avvolgente, in cui ‘nitido’ non diventa sinonimo di ‘innocuo’, e dove l’accentuazione della componente tecnica, anziché limitarne la portata, finisce per esaltare la barbarie e la cupezza di ogni passaggio.
Un involucro incendiario per un ritorno che, di sicuro, sa come farsi segnalare in mezzo alla concorrenza e non lasciare indifferenti coloro che da questa musica richiedono anzitutto atmosfere infernali e cattiveria a fiumi.

TRACKLIST

  1. Gleam of the Morningstar
  2. Bleed the Whore Again
  3. Entreaty of the Very End
  4. The Midnight God
  5. Behold a Phosphorescent Dawn
  6. Heave Ho Ye Igneous Leviathan
  7. Desolate Divine
  8. The Great Deceiver
  9. Not but Dust
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