7.5
- Band: PROTRUSION
- Durata: 00:51:00
- Disponibile dal: 13/03/2026
- Etichetta:
- Extremely Rotten Productions
- Unholy Domain Records
Spotify:
Apple Music non ancora disponibile
A tre anni di distanza da un demo omonimo che aveva fatto drizzare le antenne a una ristretta ma attenta frangia di appassionati, i Protrusion arrivano al debutto sulla lunga distanza con “The Last Suppuration”, confermando e ampliando una visione del death metal che, oggi, definire controcorrente è quasi riduttivo. Il gruppo statunitense aveva già dimostrato di voler rinverdire una stagione ben precisa del genere: quella appena successiva ai maggiori fasti di inizio anni Novanta, quando l’ondata di popolarità si era esaurita e il death metal era tornato nell’underground più ostinato, terreno fertile per derive tecniche e brutali rimaste patrimonio di pochi. È in quel sottobosco, risalente più o meno agli anni centrali di quel decennio, che si collocano idealmente le coordinate di questo primo full-length. Il riferimento va a realtà come i Morpheus Descends, i Baphomet e i Mortal Decay, senza dimenticare i primi Suffocation e i Pyrexia nei loro momenti più asciutti e meno virtuosistici. Una matrice fortemente East Coast, dunque, che i Protrusion assimilano e rielaborano con convinzione, muovendosi su coordinate che oggi etichetteremmo come technical/brutal death metal, ma prive di quell’esibizionismo magari un po’ sterile che può talvolta accompagnare la definizione.
Il suono di “The Last Suppuration” è cupo, ribassato, compatto, spesso estremamente monolitico. Le chitarre alternano fraseggi affilati e relativamente agili a bordate groovy dal retrogusto quasi barbarico, con la batteria intenta a macinare strappi in doppia cassa che sembrano tracimare da un momento all’altro. Non mancano rallentamenti più downtempo, pesanti e torbidi, capaci persino di evocare l’ombra dei Dusk, in un dialogo continuo tra indole percussiva e controllo. È un equilibrio instabile ma per certi versi affascinante, che rimanda a quegli anni in cui il death metal viveva lontano dai riflettori, coltivando una brutalità rozza e viscerale.
Un elemento che può inizialmente spiazzare è la produzione, insolitamente pulita per coordinate simili. Sulle prime, questa scelta rischia di lasciare interdetti, soprattutto per chi associa quel tipo di death metal a suoni più torbidi e soffocanti. Con il passare dei minuti, tuttavia, appare evidente come si tratti di una decisione ponderata: la nitidezza dell’impianto sonoro consente di distinguere con precisione il lavoro di tutti gli strumentisti, valorizzando spunti che altrimenti rischierebbero di restare offuscati. In particolare, la chitarra solista beneficia enormemente di questo trattamento, emergendo con frequenza e assumendo un ruolo spesso centrale nell’economia dei brani. E infatti, sarebbe riduttivo liquidare l’album come un semplice esercizio di revival: i Protrusion evitano l’ignoranza gratuita, dimostrando anzi un impegno non trascurabile nella costruzione dei pezzi. La durata – cinque, sei, talvolta sette minuti per traccia – lascia subito intuire un approccio compositivo più ambizioso rispetto alla classica scarica frontale. Ogni episodio accumula riff su riff, cambi di tempo, incastri ritmici, con una densità che rasenta il tour de force. Si percepiscono chiaramente tre anni di lavoro riversati senza troppi filtri in questi solchi.
A colpire, come accennato, è soprattutto il lavoro della chitarra solista: in mezzo a una base poderosa e spesso opprimente, emergono spunti melodici inaspettati, fraseggi che non rinnegano una certa orecchiabilità e che aprono squarci di luce in un contesto altrimenti plumbeo. Non si tratta ovviamente di concessioni ruffiane, bensì di un tentativo sincero di ampliare il lessico di riferimento, inserendo arpeggi estemporanei e soluzioni armoniche che dialogano con la brutalità circostante. È qui che affiora un’anima sorprendentemente aperta, capace di alleggerire, almeno a tratti, un impianto altrimenti votato all’accumulo. Proprio questa abbondanza, tuttavia, rappresenta anche il limite del disco: l’impressione, in qualche circostanza, è che la band voglia dimostrare tutto e subito, stipando idee in quantità tale da rischiare di smarrire un filo conduttore più netto. L’ascolto può risultare impegnativo, persino affaticante, soprattutto nella seconda metà, quando la reiterazione di certe soluzioni tende a confondersi in una massa sonora compatta, prima che si chiuda in bellezza con l’ambiziosa ma coinvolgente “Anthropophilic Anomaly”.
Nonostante ciò, “The Last Suppuration” resta un debutto generoso e ispirato: i pezzi, nella maggior parte dei casi, reggono l’urto e mostrano una visione chiara, per quanto ancora in fase di piena maturazione. Piace come il quartetto scelga di rivisitare un passato death metal diverso dal solito, meno celebrato e più ostico, restituendolo con convinzione e con una certa personalità. In un panorama che spesso preferisce altre coordinate, è già un segnale tutt’altro che trascurabile.
