PSYCHOTIC WALTZ – The God-Shaped Void

Pubblicato il 18/02/2020 da
voto
8.5
  • Band: PSYCHOTIC WALTZ
  • Durata: 00:52:50
  • Disponibile dal: 14/02/2020
  • Etichetta: Inside Out
  • Distributore: Sony

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Ogni tanto capita di attendere con particolare curiosità, a volte quasi con trepidazione, l’uscita di qualche disco in particolare. Nel caso degli Psychotic Waltz, tuttavia, la pubblicazione di un nuovo album diventa quasi un evento. Basti pensare che il loro ultimo full-length, “Bleeding”, risale a ben ventiquattro anni fa e il loro scioglimento, avvenuto poco dopo, difficilmente lasciava prevedere possibili ritorni futuri.
La carriera degli Psychotic Waltz è stata davvero strana e anche decisamente poco fortunata, scandita da una serie di eventi che hanno profondamente compromesso tutte le loro possibilità di successo: parliamo di una band che ha realizzato quattro album, tutti molto validi (a parere di chi scrive almeno tre di essi sono dei capolavori),  nonostante in realtà siano alquanto diversi tra loro. Non è questa la sede per approfondire la loro discografia, ma basti pensare che il loro primo full-length, “A Social Grace”, ha contribuito a gettare le basi di un genere come il metal progressivo, creando una sintesi tra la tecnica dei Watchtower e le partiture più articolate dei Fates Warning; ha dato vita però a qualcosa di completamente nuovo, risultando così a dir poco seminale per miriadi di gruppi dopo di loro, (tra cui gli stessi Dream Theater, che più volte li hanno annoverati tra le loro principali fonti d’ispirazione nel periodo dei loro capolavori “Images And Words” e “Awake”). Come ulteriore testimonianza di una sorte avversa, sono sistematicamente fallite tutte le etichette con cui avevano collaborato, tanto che l’intera discografia era praticamente sparita dalla circolazione nell’arco di pochi anni (non essendo ancora diffuse le moderne piattaforme digitali). La band sembrava condannata lentamente e inesorabilmente all’oblio: i vari membri nel frattempo si erano dedicati a vari progetti, senza particolare successo (come Deadsoul Tribe e The Shadow Theory del cantante Buddy Lackey). In realtà, il ricordo del gruppo era sempre vivo ed in seguito anche a continue richieste, nel 2004 avviene la svolta: la Metal Blade riesce ad acquistare i diritti dei loro dischi per il mercato europeo e pubblica due cofanetti con i loro quattro album. Da quel momento in poi comincia una nuova escalation di eventi: la band inizia seriamente a pensare ad una reunion, avvenuta però solo nel 2010 (dapprima senza Dan Rock), alla quale segue un trionfale tour nel 2011 insieme a Symphony X e Nevermore. L’anno dopo cominciano i lavori per il nuovo disco ed ecco che finalmente si arriva a “The God-Shaped Void”, dopo sette anni di preparativi. Una gestazione lunghissima che, come dicevamo in apertura, ha reso questo disco ancora più atteso.
Incredibilmente l’album sembra ricollegarsi a “Bleeding”, rievocandone non solo lo stile ed il sound, ma anche l’aspetto grafico, al punto che è stato incaricato dell’artwork ancora Travis Smith, il quale ha svolto davvero un ottimo lavoro; a ben riflettere, una scelta logica, perchè dovendo rispolverare il moniker dopo oltre vent’anni, la band ha pensato bene di riallacciarsi a degli elementi che fossero quanto più possibile riconoscibili. Uno degli aspetti che rende a nostro avviso straordinaria questa band, è che non ha mai cercato di imitare o emulare nessuno: le sue influenze affondano chiaramente le radici in un metal old school (Black Sabbath in primis) intriso di un pizzico di psichedelia e di sfumature progressive, sui quali ha poi di volta in volta plasmato uno stile innovativo, nuovo, personale. Nel caso di “Bleeding”, la base della loro proposta si fondava sullo splendido lavoro di Brian McAlpine e Dan Rock, in grado di creare con le loro chitarre una magica alchimia: i loro riff sono duri e decisi, ma al tempo stesso riescono a creare un mood che ha qualcosa di unico ed inimitabile. In questo contesto, Devon Graves inseriva un cantato suggestivo e intriso di emozioni, impreziosendo il tutto con squisiti inserti di flauto. Il tutto veniva poi arricchito ulteriormente dalla straordinaria sezione ritmica (oggi quella della line-up originale), composta da Norm Leggio e Ward Evans (il quale a suo tempo aveva lasciato il gruppo già nel periodo di “Mosquito”) e da effetti di tastiera che riescono a creare un’atmosfera onirica, quasi spaziale. Proprio ripartendo da un simile approccio, la band ritorna con questo “The God-Shaped Void”: stavolta non vengono ricercate soluzioni innovative o virtuosismi ad elevato tasso tecnico nè suite dal minutaggio sterminato. Il loro scopo non è quello di offrire chissà quali effetti speciali, ma semplicemente quello di far sentire al mondo nuovamente la propria musica, offrendo qualcosa che li renda riconoscibili per chi li ha apprezzati e mai dimenticati in tutti questi anni, ma al tempo stesso in grado di trasmettere emozioni a chi ancora non li conosca. Questo non è magari il loro miglior album (per quanto validissimo) e non ha la pretesa di esserlo: è piuttosto un modo per ribadire quale sia l’essenza stessa della loro musica, di dare rappresentazione della loro coerenza e del loro modo di essere, che non li ha certo resi ricchi e famosi ma li ha fatti diventare una vera e propria band di culto, in grado di attraversare diverse decadi. La loro musica ha resistito al tempo, anche quando tutto sembrava essere contro di loro.
Persino l’album sembra prendere le mosse lentamente, con calma: l’opener “Devils And Angels” sembra creare quasi un ulteriore stato di suspense, partendo con un’intro atmosferica, tra synth, flauti e percussioni, che lasciano poi spazio a tastiere sontuose e vocalizzi, per poi esplodere in un riffing deciso, condotto dalla voce ipnotica di Devon, fino al refrain, più lento ed evocativo. Tutta la tracklist è dunque incentrata su continui cambi di registro, con i caratteristici riff delle due chitarre che suonano decisi ma allo stesso tempo riescono a trasmettere il loro tipico mood carico di feeling. La band non manca però d’inserire passaggi acustici, con le chitarre e il flauto: ci saremmo aspettati probabilmente una ballata alla “I Remember” o alla “My Grave”, tanto per intenderci, mentre invece ci sono diversi midtempo, che alternano appunto parti ‘elettriche’, con altre incentrate appunto su arpeggi e chitarre acustiche: tra questi, menzioniamo ad esempio “The Fallen” e “While The Spiders Spin”. Discorso analogo può farsi anche per “Demystified”, che risulta però un brano un po’ più articolato, con un bellissimo flauto e con certe sfumature prog, che sembrano riportare al periodo di “Into The Everflow” e che lo rendono senz’altro tra i più particolari ed emozionanti del disco. Sotto questo profilo colpisce pure “Silence”, una canzone tutt’altro che semplice, per quanto dotata di uno dei refrain più accattivanti, ma diciamo che, a nostro avviso, tra gli highlight possono annoverarsi brani tendenzialmente un po’ più duri, come quelli iniziali o come la bellissima “Sisters Of The Dawn”, senz’altro una delle canzoni più rappresentative dell’album. In generale, la band punta comunque a costruire attorno al muro sonoro delle chitarre una cornice fatta di dettagli e arrangiamenti curati nei minimi particolari, in modo da offrire all’ascoltatore uno spettro di suoni ed emozioni quanto più possibile definito e ricco di sfumature. Il tutto viene ulteriormente impreziosito da assoli di chitarra sempre affascinanti, talvolta persino velati di una sottile vena malinconica (come nel caso di “Stranded”, che un po’ ci ha ricordato una canzone come “Drift”). Assolutamente maiuscola, peraltro, pure la prova da parte di Devon dietro ai microfoni, davvero straordinario e all’altezza dei fasti del passato, nonostante siano trascorsi tutti questi anni, con la sua voce sempre ipnotica e interpretazioni sentite e cariche di pathos.
In conclusione, questo nuovo lavoro è ricco di spunti interessanti ma è necessario che vada gustato e assaporato senza fretta (d’altronde, di certo non si può dire che la band ne abbia avuta per realizzarlo!) per poter essere meglio apprezzato. A dirla tutta, però, “The God Shaped Void”, alla luce dei fatti, non è neppure un semplice album: è infatti un fulgido esempio di come, prima o poi, il tempo renda giustizia anche di fronte ad un destino avverso e renda onore a chi avrebbe meritato tanto ma ha raccolto davvero poco. Ci piace dunque pensare (e lo auspichiamo sinceramente) che, anche grazie a questo splendido disco, gli Psychotic Waltz possano riprendersi, almeno in parte, quello che spetta loro di diritto ma che non hanno avuto in questi anni.

TRACKLIST

  1. Devils And Angels
  2. Stranded
  3. Back To Black
  4. All The Bad Men
  5. The Fallen
  6. While The Spiders Spin
  7. Pull The String
  8. Demystified
  9. Sisters Of The Dawn
  10. In The Silence
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