7.5
- Band: PUTRIDITY
- Durata: 00:30:00
- Disponibile dal: 27/06/2025
- Etichetta:
- Willowtip Records
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Soffocare non è mai stato così affascinante. In “Morbid Ataraxia”, i Putridity tornano a stringere la presa attorno alla gola dell’ascoltatore con la loro consueta metodicità. Nessuna grande rivoluzione, certo, ma chi conosce la band sa che l’evoluzione qui avviene per cambiamenti minimi, come un virus che muta progressivamente.
La formazione di origine piemontese, attiva ormai da due decenni, continua insomma il proprio cammino con passi misurati ma significativi, affinando ulteriormente un linguaggio sonoro che resta fondamentalmente indecifrabile per chi non è abituato a muoversi tra velocità disumane e strutture labirintiche.
Rispetto al precedente “Ignominious Atonement” (2015), il nuovo album si presenta con una produzione leggermente più chiara e ‘leggibile’, sacrificando un po’ di quella torbida saturazione che rendeva il sound del disco precedente un’esperienza peculiare e straniante. Qui, la chiarezza aiuta però a cogliere con ulteriore facilità le tante micro-variazioni che i Putridity orchestrano nel cuore della loro musica: break rapidissimi, stacchi sincopati, giochi di tensione e rilascio che si muovono all’interno di una furia sonora sempre a un passo dal collasso.
“Morbid Ataraxia” sembra voler rinunciare, almeno per buona parte, a certi momenti più foschi e groovy sperimentati sull’ultimo album per affondare ancora più a fondo nella brutalità chirurgica. I brani sono leggermente più uniformi nella loro velocità folle, ma l’intelligenza compositiva è, come accennato, tutta nei dettagli: riff cromatici, scale diminuite, armonizzazioni minori e un uso del pinch harmonic che non è mai decorativo, ma strutturale. È questa notevole attenzione alla costruzione del suono – anche quando pare sgretolarsi sotto le dita – che distingue i Putridity da altre band del filone. La componente più pesante, ‘slam’ o prettamente death metal vecchio stampo non manca – vedi le accattivanti dinamiche di episodi come la title-track o “Immersed in the Spell of Death” – ma è inglobata come sempre all’interno di strutture estremamente dense e mutevoli. È quasi come osservare un’esplosione al rallentatore, dove ogni frammento prende poi una traiettoria precisa. Di certo, questa non è musica da ascoltare distrattamente; si tratta anzi di un’esperienza totalizzante che talvolta, da parte dell’ascoltatore, si avvicina a un’esercizio di dissezione. È un tipo di brutalità che non si accontenta dell’impatto, ma punta alla costruzione di un linguaggio: uno stile che oggi è riconoscibile facilmente, in un filone dove a volte tutto tende a mescolarsi nel medesimo magma indistinto.
In ogni caso, chi ha già sentito l’EP “Greedy Gory Gluttony” (2023) saprà cosa aspettarsi: “Adipocere Retribution” e “Molten Mirrors of the Subjugated” tornano infatti anche qui, perfettamente integrati nel flusso dell’album. E, a sorpresa, in chiusura arriva pure la cover di “Rotted Divinity” degli Enmity: una scelta che dice molto sulle radici e sull’attitudine della formazione, ma che viene riletta con quel tocco più schematico e quella ‘pulizia’ che è ormai marchio di fabbrica dei ragazzi.
In conclusione, va detto: rispetto a “Ignominious Atonement”, questo nuovo capitolo sorprende un po’ meno. Lì c’era un senso più marcato di rottura, un uso del contrasto e dell’atmosfera che destabilizzava davvero l’ascoltatore, aprendo scenari sonori inaspettati nel contesto putrido e sovraccarico del death metal del gruppo. “Morbid Ataraxia”, invece, si muove con più coerenza, più ‘linearità’ (le virgolette qui sono d’obbligo), quasi a voler perfezionare una formula invece che stravolgerla. Ma non è necessariamente un difetto: è semmai il segno di una band che si trova a suo agio con la propria identità e ora la affina, la scolpisce con metodo, con fredda ossessione per il dettaglio.
