6.5
- Band: PUTRISECT
- Durata: 00:17:00
- Disponibile dal: 06/03/2026
- Etichetta:
- Rotted Life
Spotify:
Apple Music:
A ormai tredici anni dalla formazione, i Putrisect tornano a farsi sentire con un nuovo EP omonimo che, pur non segnando ancora l’approdo al tanto atteso full-length, ribadisce la volontà del quintetto di Baltimore di presidiare con coerenza i territori più torbidi del death metal underground. Non è un dettaglio secondario la provenienza geografica: la città, sede del leggendario Maryland Deathfest, ha da tempo consolidato una reputazione come crocevia per le sonorità più estreme e retrive. I Putrisect, attivi appunto da oltre una dozzina d’anni, sembrano oggi più che mai intenzionati ad allinearsi a quella tradizione, lasciandosi alle spalle alcune divagazioni più tendenti al death-thrash che avevano caratterizzato parte del materiale passato.
Dopo il silenzio seguito al mini “Cascading Inferno” (2018), il nuovo lavoro si muove infatti lungo coordinate più cupe e vischiose. Il riferimento a certa scuola americana particolarmente oltranzista dei primi Novanta è evidente, con l’ombra degli Incantation a stagliarsi su strutture dense, riff ribassati e un senso costante di oppressione. Ma non manca neppure un richiamo alla tradizione finlandese, in quella capacità di coniugare marciume sonoro e una certa vivacità interna alla composizione. In questo senso, l’EP si colloca in una linea affine a quanto proposto agli esordi da realtà come Corpsessed e Cruciamentum, quando ancora il loro suono non era del tutto permeato da inflessioni death-doom. I brani dei Putrisect si sviluppano prevalentemente su tempi medi, ma non risultano statici: al contrario, almeno a tratti, possono rivelare un dinamismo sotterraneo che emerge attraverso cambi di atmosfera ben calibrati e un riffing talvolta piuttosto memorabile, pur appunto senza sconfinare in territori apertamente thrasheggianti.
Non vi sono, va detto, elementi davvero distintivi che proiettino la band oltre la folta schiera di interpreti contemporanei di questa corrente old school. Tuttavia, pezzi come “Conquistador” si imprimono già al primo ascolto grazie a un equilibrio riuscito tra groove malsano e uno sviluppo relativamente pimpante. La produzione, adeguatamente ruvida ma curata, valorizza le trame chitarristiche senza sacrificare l’impatto, mentre l’artwork contribuisce a definire un immaginario coerente con la musica. Chiude il lavoro una convincente cover di “Espectro” dei Machetazo, nome oggi forse meno citato ma fondamentale per certo underground dei primi Duemila. Un omaggio che ribadisce l’appartenenza dei Putrisect a una tradizione precisa, coltivata con rispetto e senza inutili ammiccamenti.
