7.5
- Band: PYRRHON
- Durata: 00:56:56
- Disponibile dal: 26/06/2020
- Etichetta:
- Willowtip Records
Non lasciatevi trarre in inganno dai colori sgargianti della copertina: i Pyrrhon non hanno deciso di ammorbidirsi o di risultare più concilianti, né tanto meno di contenere la vena sperimentale e rumorosa che da lidi prettamente techno-death li ha portati, anno dopo anno, disco dopo disco, verso una dimensione stilistica priva di qualsivoglia regola armonica. Una bolla di acido, deliri metropolitani e visioni sinistre in cui il quartetto di New York sguazza ormai con disinvoltura assoluta, senza forzature, quasi si trattasse dell’unico habitat in cui riuscire a tradurre i propri pensieri in gesti concreti.
Ai Nostri non interessa che la loro musica venga recepita come ‘cool’, non fanno nulla per accrescere l’hype nei loro confronti e, a differenza di una realtà pompatissima come gli Imperial Triumphant, non antepongono le evoluzioni strumentali alla narrazione deviata che è insita nei loro brani, configurandosi a tutti gli effetti come una delle realtà più ostiche, menefreghiste e genuine dell’intero circuito nordamericano. E se il precedente “What Passes For Survival” (2017) li aveva visti insistere su trame frenetiche e schizofreniche, figlie del grind evoluto di Cephalic Carnage e Discordance Axis, questo “Abscess Time” si muove esattamente nella direzione opposta; un monolite di malessere della durata improponibile di un’ora in cui gli elementi sludge, noise rock e ‘post’ assumono il controllo di buona parte della tracklist, defluendo in composizioni ultra-dilatate e gravose che narcotizzano le sinapsi e liquefano il cervello. Il punto di contatto – da quel che ci risulta inesistente prima di questo momento – fra Unsane e Gorguts, Ulcerate e Melvins, The Body e Deathspell Omega, prodotto egregiamente dal solito Colin Marston e deformato da una scrittura ‘free’ che ne rende lo sviluppo tanto impegnativo quanto magnetico. D’altronde, basterebbe la tripletta “The Lean Years”/“Another Day in Paradise”/“The Cost of Living” (rispettivamente sette, sei e otto minuti) per scaraventarci seduta stante in un incubo di cemento, emanazioni tossiche e lamiere arrugginite, e la suddetta immagine mentale – manna dal cielo per i cultori del roster Gilead Media o della vecchia Amphetamine Reptile – è anche lo specchio di una sensibilità atmosferica, di una fascinazione nei confronti del caos, qui all’apice della ricercatezza e della duttilità.
Album che in molti giudicheranno inavvicinabile, ma che nella sua follia consolida una volta per tutte i Pyrrhon tra i nomi di punta dell’avanguardia estrema dell’ultimo decennio. Di sicuro non adatto ai deboli di cuore.
