7.5
- Band: PYRRHON
- Durata: 00:37:58
- Disponibile dal: 06/09/2024
- Etichetta:
- Willowtip Records
Dopo cinque full-length, svariati EP e oltre quindici anni di carriera alle spalle, sempre all’insegna del rumorismo e della destrutturazione, sarebbe assurdo aspettarsi una flessione della vena sperimentale da parte dei Pyrrhon, o un qualsivoglia tentativo di ingentilire una proposta ormai nota per il suo approccio alienante, ansiogeno e privo di appigli per l’ascoltatore poco avvezzo ai deliri sonori in chiave death/grind e post/sludge.
Fedele a questa visione apparentemente caotica, ma in realtà incanalata nel flusso di una scrittura in cui nulla avviene per caso o per il gusto di asservire qualche forma di onanismo, il gruppo di New York si riaffaccia a sorpresa sulle scene con “Exhaust”, annunciandolo il giorno stesso dell’uscita (avvenuta lo scorso 6 settembre sotto l’egida della Willowtip), bypassando le logiche di promozione ‘regolari’ e dando nuovamente prova – una volta premuto il tasto ‘play’ del lettore – di un’ispirazione lungi dall’esaurire la propria spinta creativa, questa volta frutto di alcune jam session in una baita nei boschi della Pennsylvania.
L’ambientazione rurale nella quale il gruppo ha deciso di lavorare ai brani, comunque, non deve trarre in inganno: così com’era stato per il contenuto dei precedenti capitoli discografici, la tracklist dell’album sembra intenzionata a dipingere con colori acidissimi il lato più opprimente e nevrastenico della Grande Mela; un ventre di acciaio, cemento, ruggine e smog nel quale l’essere umano scompare diventando l’ingranaggio di un meccanismo ripetitivo e asfittico, di cui il quartetto – molto più che altre realtà gonfiate dall’hype come Imperial Triumphant e Folterkammer – restituisce in modo autorevole sia l’immagine che il funzionamento.
Rispetto al monolite “Abscess Time” del 2020, forse proprio in virtù della natura istintiva e collaborativa del songwriting, il mix di spunti alla base dell’opera risulta essere più organico (pescando soprattutto dai Gorguts di “Obscura”, dai Painkiller di John Zorn e Mick Harris e dal noise rock del vecchio catalogo Amphetamine Reptile), per un’esperienza complessiva che a suo modo, nonostante il consueto muro di ritmiche sconnesse, evoluzioni free jazz e disarmonie chitarristiche, centra l’obiettivo di acquisire punti in impatto e scorrevolezza, ‘snellendo’ (impossibile prescindere dalle virgolette!) le strutture lisergiche su cui i Nostri imbastiscono i loro incubi metropolitani.
Un tour de force per le sinapsi – basti pensare ai cinque, estenuanti minuti di “Out of Gas” – in cui però, specie nella prima parte del disco, l’insieme si concede qualche attimo di respiro e pseudo-linearità, rispolverando il background prettamente death metal e grindcore dei musicisti e la veracità che questi ultimi, quando vogliono, sanno abbracciare senza snaturarsi.
Un lavoro come da tradizione difficile, fastidioso, respingente, ma non per questo privo di valore o di motivi di interesse. Chi vuole, si armi di Xanax e si cimenti nella sfida.
