9.0
- Band: Q5
- Durata: 00:37:00
- Disponibile dal: 14/09/1984
- Etichetta:
- Music For Nations
- Distributore: Audioglobe
“Q5 are going to be massive”. Un’illuminata ed arguta affermazione, estrapolata da una recensione del celebre magazine Kerrang! nel 1984, giunge ai posteri come una sentenza ingiusta e beffarda nei confronti dello sfortunato combo di Seattle. L’enigmatica denominazione inizia ad assumere una forma definita circa un anno prima, grazie all’unione delle forze di cinque straordinari musicisti, già attivi nel music business. Il bassista Evan Sheeley, il batterista Gary Thompson ed il chitarrista Rick Pierce vantano un’esperienza negli ottimi TKO sin dalla fine degli anni Settanta, prima che quest’ultimo decidesse di lasciare il collettivo. Nel frattempo, i due membri restanti si imbarcano in un nuovo progetto con il cantante Jonathan K. ed il chitarrista Floyd Rose (proprio colui che ha inventato l’omonimo, innovativo e geniale ponte per chitarra elettrica), con i quali incidono un rudimentale demo che cattura l’attenzione dell’allora influente Albatross Productions. Pierce raggiunge i suoi ex compagni di squadra nei Q5 e, siglato un contratto con il management delle Heart, i Nostri si mettono nuovamente al lavoro incidendo un demo professionale contenente sette tracce. Finalmente sembra che il vento inizi a soffiare nella direzione giusta, in quanto alcuni esponenti di spicco della Capitol Records e della CBS paiono intenzionati a reclutare il gruppo nella propria scuderia. Purtroppo, però, l’interesse mostrato nei confronti del quintetto di Seattle si conclude con un nulla di fatto ed i Q5 sono costretti a registrare il loro debutto per conto proprio, con la speranza che qualche colosso discografico noti il loro enorme potenziale. Prodotto dallo stesso Floyd Rose e da Mike Flicker (non a caso già all’opera con le Heart), “Steel The Light” è un’opera incredibilmente matura costituita da nove episodi cangianti, meritevoli di brillare di luce propria grazie ad una straordinaria capacità di scrittura, arrangiamento e interpretazione collettiva. Non occorre sprecar tempo per cercare inutili paragoni con altre band all’epoca protagoniste di un genere in ascesa, in quanto i Q5 sono riusciti a far propria l’energia del miglior heavy metal britannico, coniugandola con infinite cromature melodiche. Al contempo, non va sottovalutato il look estremamente appariscente adottato dai protagonisti, frutto di un’incestuosa unione tra Mad Max e Blade Runner, che ben si sposa con la copertina sgargiante dall’ingenuo sapore futuristico. La straordinaria personalità del quintetto deflagra con “Lonely Lady”, un’impetuosa cavalcata che spiana la strada alle regali composizioni inchiostrate in seguito dai Crimson Glory. Il devastante heavy metal ‘tout court’ di “Missing In Action” è un trampolino di lancio per le poderose ed espressive corde vocali di Jonathan K., mentre il groove cadenzato di “In The Night” proietta una cascata di luci al neon da un’immaginaria autostrada dei sogni. La title track è invece un colossale e raffinato mid tempo proveniente da un’altra dimensione spazio-temporale, in grado di competere con il miglior Ronnie James Dio. Una lieve spruzzata di hard rock verace à la AC/DC fa la sua comparsa in “Pull The Trigger”, “Ain’t No Way To Treat A Lady” e “Teenage Runaway”, dalle quali si erge sovrana l’ugola al titanio dell’irresistibile frontman. La melodrammatica ballad “Come And Gone” è chiaramente tesa a conquistare il cuore del pubblico americano, già rigonfio dalle hit coniate da Ratt e Mötley Crüe: non è un caso che “Steel The Light” venga criminalmente ignorato in patria ma riesca incredibilmente a vendere un discreto numero di copie in Europa (grazie alla ristampa curata dalla Music For Nations nel 1985), fattore che, a rigor di logica, dovrebbe portare il gruppo ad imbarcarsi in un tour promozionale. Ciò non accade, principalmente perché Floyd Rose vuole a tutti i costi sfondare negli Stati Uniti, al che il collettivo si chiude nuovamente in studio per dar vita ad un album sensibilmente più melodico. Caratterizzato da suoni iper tecnologici e da melodie cristalline, il meraviglioso “When The Mirror Cracks” delude le aspettative del pubblico europeo e fallisce la conquista di Billboard. Tutto ciò coincide con l’inizio della fine di una band che avrebbe meritato tutto, fuorché l’oblio.
