QUEENSRŸCHE – Condition Hüman

Pubblicato il 29/09/2015 da
voto
7.0
  • Band: QUEENSRYCHE
  • Durata: 00:53:21
  • Disponibile dal: 02/10/2015
  • Etichetta: Century Media Records
  • Distributore: Universal

Mettiamo in chiaro un concetto cardine, necessario per capire e apprezzare i Queensrÿche attuali: i fasti di “Operation: Mindcrime”, “The Warning”, “Rage For Order” non sono destinati a riproporsi. Accetteremo volentieri eventuali smentite in futuro, ma il grado di rivoluzionarietà, profondità e complessità di quei lavori rimangono qualcosa di difficilmente replicabile, figli di un’alchimia magica che necessiterebbe di troppe condizioni concomitanti affinché si ripetesse. La band di oggi ha il grosso, enorme pregio di aver riconquistato una sua credibilità ‘metal’ svilita dalle ultime prove in studio con Geoff Tate e di essersi riportata, quello sì, su livelli altissimi dal vivo. Ecco, proprio la qualità esorbitante degli ultimi concerti potrebbe gravare di aspettative esagerate “Condition Hüman”, quattordicesimo album degli uomini di Seattle, il secondo con Todd La Torre dietro il microfono. Bisognerebbe sempre ricordarsi che, per quanti danni abbia causato negli ultimi anni di militanza in seno alla formazione, Tate ne era comunque uno dei principali motori creativi, non solo il cantante; la sua assenza, assieme a quella ben più annosa di Chris De Garmo, non possono essere derubricate a semplici inconvenienti. Così, per quanto il nuovo disco cerchi in tutti i modi di riportare orecchie e mente alla magica epoca ottantiana, il suo compito di rievocazione riesce solo in parte. Sia chiaro, i Queensrÿche di oggi si sono sforzati di raggiungere nuovamente i livelli di venti-trent’anni fa, la ricerca dei suoni e delle atmosfere ‘d’altri tempi’ è stata perseguita con reale convinzione, ma è evidente che manca la fatidica scintilla per far passare le nuove canzoni da buoni pezzi a pietre miliari. Non ci sono stati sconvolgimenti rispetto a “Queensrÿche”, solo un maggior accento sulla componente progressive e di conseguenza una minore ricerca dell’impatto, a favore di soluzioni meno immediate e che risaltano nella forza espressiva solo dopo alcuni ascolti (solo “Arrow Of Time” e “All There Was” sfuggono alla regola). Volendo trovare delle analogie con il passato, potremmo parlare di un mix fra il dettagliato heavy metal del primo EP e di “The Warning” e la facilità di “Empire”; ciò avviene più a livello intenzionale che fattivo, perché quella che sulla carta potrebbe sembrare una fusione indimenticabile finisce spesso per far scaturire brani sì ben strutturati e composti con ottimo mestiere, ma a cui manca il colpo di genio. Il grosso delle composizioni si sviluppa su tempi medi perennemente cangianti nelle striature chitarristiche, con un calmo dipanarsi di melodie ora fosche, ora tenuemente solari. Gli scenari descritti volgono di norma su un’amarezza contenuta, una malinconia di fondo sfociante nei momenti migliori in una percettibile ansia da alienazione tecnologica: il rapporto fra uomo e tecnologia è d’altronde il tema principale delle lyrics, elemento unificante con le pionieristiche prese di posizione della band già nella prima metà degli anni ‘80. Il distacco dell’uomo da se stesso e dalla sua essenza carnale, a favore di un suo sviluppo/degenerazione cognitiva allorché le macchine arrivano a condizionarne pesantemente l’esistenza, disagio avvertito in particolare nel futuristico “Rage For Order”, va a dipingere i migliori quadri sonici all’interno dell’album. “Guardian”, nervosa e giocata su uno spezzettamento ritmico a cui fanno seguito ottimi contrappunti delle seconde voci, è un pezzo che i Queensrÿche non scrivevano da una vita, lo stesso dicasi per “Eye9” e “Bulletproof” (quest’ultima rivaleggia benissimo con gli episodi più soft di “Empire”). Purtroppo ci sono anche canzoni solo discrete, interlocutorie, come “Toxic Remedy”, “Selfish Lives”, “Hourglass”, apprezzabili nelle linee chitarristiche ma un po’ deboli dal punto di vista vocale e con una diluizione del tasso energetico oltre i limiti di guardia. Alla prova in studio, le doti vocali di La Torre segnalano una piccola carenza di enfasi sulle note basse: lì dove il predecessore era comunque un maestro, il nuovo cantante non ha una brillantezza da primo della classe. Sulle note alte, invece, nulla da dire, l’ex Crimson Glory è un rubino rarissimo nell’attuale panorama classic metal. Complessivamente, “Condition Hüman” risulta un po’ freddino e leggero, impressione dovuta a un’eccessiva ricerca di pulizia e precisione, anche nelle scelte di suono. Buco nell’acqua? Assolutamente no, gli ultimi dubbi ce li toglie l’ottima titletrack, che va a rinverdire la tradizione di canzoni drammatiche e strabordanti pathos iniziata con “Roads To Madness” e proseguita con “Suite Sister Mary”, “Anybody Listening?” e “Promised Land”. Soltanto, “Condition Hüman” non è un capolavoro in grado di rivaleggiare con le pietre miliari del passato, solo un buon disco heavy metal dalle tinte progressive. Prendere o lasciare.

TRACKLIST

  1. Arrow of Time
  2. Guardian
  3. Hellfire
  4. Toxic Remedy
  5. Selfish Lives
  6. Eye9
  7. Bulletproof
  8. Hourglass
  9. Just Us
  10. All There Was
  11. The Aftermath
  12. Condition Hüman
18 commenti
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