6.5
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“Ash Souvenir”, frutto della collaborazione tra l’entità post-black metal statunitense Ragana e il songwriter Kyle Bates, meglio noto come Drowse, rappresenta un incontro di due mondi apparentemente distanti, ma certo accomunati da un’indole malinconica e contemplativa. Nato inizialmente come progetto commissionato dal Roadburn Festival 2024, il disco riflette un equilibrio delicato tra atmosfere cupe e introspezione, tra la disperazione strutturale di Ragana e la riflessiva lentezza di Drowse.
L’opera si muove costantemente tra queste due anime: da una parte il post-black metal essenziale di Ragana, vagamente accostabile a certi Downfall Of Gaia, ma che si caratterizza soprattutto per riff minimali e linee vocali straziate, con spunti talvolta talmente slabbrati da sfiorare territori depressive; dall’altra la sensibilità di Drowse, incline a arrangiamenti più placidi, come sempre tra americana, ambient e field recording. Questo dualismo genera momenti di forte contrasto, soprattutto quando le tonalità metal provano a intrecciarsi con le suggestioni delicate e sfumate di Drowse.
L’album si sviluppa in quattro tracce, nelle quali Drowse riesce ancora una volta a farsi notare con la sua sensibilità sonora. Le sue parti, più stratificate e sfumate anche per via del cantato pulito, conferiscono profondità e respiro alle composizioni, rendendo memorabili i passaggi più riflessivi. Un episodio come “After Image” è un buon esempio di questo svolgimento: l’incipit, a cura del cantautore, resta subito impresso, mentre il resto della composizione mostra qualche limite nella vena metal di Ragana; pur coerente con il mood generale, la loro proposta risulta infatti tutto sommato elementare e prevedibile, con riff e soluzioni che possono apparire quasi dozzinali rispetto all’approccio più attento di Drowse. Quando prevale questa componente più dura, il lavoro perde parte della sua incisività emotiva e rischia di apparire ripetitivo.
Non a caso, la title-track, “Ash Souvenir”, rappresenta senza dubbio il culmine della collaborazione: il brano, una sorta di ballad, evita di forzare un carattere metal, privilegiando una narrazione sonora intima e struggente che si muove lungo binari malinconici vicini alle atmosfere di Midwife. La commistione tra i due universi produce qui un pezzo coeso e immersivo, in cui la delicatezza degli arrangiamenti e la tensione emotiva convergono in modo naturale, senza alcuna artificiosità.
Il concept legato al ritorno alle proprie radici nel Pacific Northwest e ai temi di memoria e lutto aggiunge senz’altro una dimensione emotiva interessante al tutto, ma non sempre questi temi vengono tradotti pienamente in forma musicale. L’album si colloca quindi tra luci e ombre: suggestivo nei momenti più misurati, ma meno esaltante quando le parti metal dominano senza sufficiente variabilità. La sensazione finale è dunque quella di un progetto interessante ma imperfetto, in cui le ambizioni concettuali non sempre trovano piena corrispondenza e armonia nella resa sonora, lasciando il disco sospeso tra potenziale e risultati effettivi, con Drowse che appunto emerge come la componente più convincente e Ragana a volte limitata dalla propria prevedibilità.
