6.5
- Band: RAKINUA
- Durata: 00:59:14
- Disponibile dal: 29/05/2026
- Etichetta:
- Dusktone
Progetti ambiziosi legati al folk metal? Se ne vedono parecchi, se pensiamo all’impatto che band come Wardruna e Heilung hanno avuto anche sul nostro panorama: per chi volesse sentire qualcosa più legato alle lande fra Italia e Austia, i Rakinua fanno proprio parte di questa corrente.
La band, che è più che altro un collettivo di musicisti interessati alle tradizioni dell’arco alpino, presenta il suo primo album “Heal Us, Mother”, un concept dedicato a un popolo che vive proprio nelle nostre terre, che conoscerà rovina e distruzione per la sua mancanza di fede negli dèi pagani venerati.
L’ambizione è quindi molto alta, perché confrontarsi con i giganti di questo genere non è certamente così facile: sin dall’iniziale “Sacrilege”, si capisce subito che la voce femminile di Madame Noctinebra, pseudonimo che racconta quindi di personaggi e entità misteriose, ci accompagnerà in questo viaggio. Numerose sono le apparizioni, man mano che il disco si dipana davanti alle nostre orecchie: dall’arpa di Anna Eggersberger, fino alla parte più metal suonata dal polistrumentista Fabio D’Amore, dietro anche alla produzione del disco, ma i musicisti preferiscono tenere un profilo quasi misterioso e sfuggente (citiamo solo, direttamente dalle note di stampa, Niklas Müller degli Ad Infinitum alla batteria).
Echi di Arkona si sentono in “Goddess Of The Night”, mentre fra un pezzo e l’altro varie intro e parti narrate ci raccontano la storia di questo popolo montano. Ci sono anche parti molto più tirate, quasi di death metal melodico, in brani come “Sheperd Of The Clouds”, capace di riportarci alla prima fase degli Eluveitie, ma sempre con un piglio più rustico più vicino alle sonorità di Falkenbach e senza mai perdere di vista l’aspetto rituale della musica.
Certo, arrivare fino in fondo con tutte le numerose e spesso prolisse parti narrate non è facile, anche se ballad “Terra” e la conclusiva “Sangue” piaceranno sicuramente a chi ascolta almeno una delle band che abbiamo citato durante la recensione.
In particolare, l’ultimo brano si rivela essere una suite di dodici minuti, a metà tra esposizione e riproposizione quanto ascoltato in precedenza, volta a creare una atmosfera e una sorta di chiusura del percorso che si è affrontato nel lavoro, con un mix di atmosfere caratterizzate dall’uso tribale e malinconico degli strumenti folkloristici e dalla parte più metal, tenebrosa e oscura.
In conclusione, “Heal Us, Mother” è sicuramente un lavoro ambizioso, con l’obiettivo di ritagliarsi un posto nel pantheon dei grandi gruppi folk/tribali, specialmente di provenienza nordica.
Il problema è che l’ambizione è stata tale da spingere la band a un racconto che, dopo un po’, rischia di essere difficile da seguire, con troppe introduzioni narrate che fanno calare la tensione dell’ascoltatore, per quanto esso possa essere interessato a seguire il racconto e la musica.
Il collettivo Rakinua ha sicuramente centrato le atmosfere e imboccato una direzione molto interessante, per quanto riguarda questo tipo di sonorità che, solitamente, non prevedono la parte più metal, ma forse c’è bisogno di essere più diretti, musicalmente parlando: una storia può essere anche solo raccontata dalla musica e dai canti, senza il bisogno di spiegare proprio tutto all’ascoltatore.
