RAUNCHY – Prisoner

Pubblicato il 11/08/2026 da
voto
7.5
  • Band: RAUNCHY
  • Durata: 00:53:38
  • Disponibile dal: 14/08/2026
  • Etichetta:
  • Mighty Music

Chi non si ritira si rivede. Può sembrare un’ovvietà – ed in effetti lo è, fatto salvo che spesso anche i tour di addio poi si rivelano solo un arrivederci – ma nel caso dei Raunchy la questione è un po’ diversa, dato che dal 2014 ad oggi si erano perse quasi del tutto le loro tracce, pur in assenza di annunci di scioglimento o anche solo di una pausa. Una sorta di limbo, interrotta solo negli ultimi mesi e che merita per questo un breve riassunto delle puntate precedenti.
Formatisi all’inizio degli anni Novanta, i danesi esordiscono nel 2001 con l’ancora acerbo “Velvet Noise”, un disco che cercava di unire il modern thrash/death con l’industrial più facilone dei Pain, esordio che frutta loro comunque un deal con la Nuclear Blast (prima band danese nel roster dell’etichetta tedesca, presto seguita dai connazionali Mnemic) con cui nel 2004 vede la luce “Confusion Bay”, netto passo avanti se pur ancora un po’ derivativo (i riferimenti qui sono il melo-dath modern degli In Flames di “Reroute To Remain” e i Fear Factory di “Obsolete”) e non sempre a fuoco.
Il vero salto di qualità arriva con il successivo “Deat Pop Romance” (uscito per la Lifeforce), in cui il loro modern metal trova la sua forma definitiva grazie all’incastro perfetto tra ritornelli da cantare a pieni polmoni, ritmiche serrate e tastiere danzerecce, pur senza mai scadere nel pacchiano. La formula viene replicata negli altrettanto adrenalinici “Wasteland Discotheque” e “A Discord Electric”, consolidando il ruolo di gruppo di punta della scena del metal più ibrido e futuristico insieme ai già citati Mnemic (a loro volta più orientati verso il groove/djent), mentre il penultimo “Vices. Virtues. Visions.” inizia a mostrare qualche crepa in seno alla band, non tanto a livello di sound (sempre vincente per quanto più maturo) quanto per il cambio di cantante ed un’attesa lunga più di quattro anni.

Nulla comunque in confronto rispetto alla dozzina che ci sono voluti per poter ascoltare il qui presente “Prisoners”, ma d’altronde è comprensibile i Raunchy abbiano voluto prendersi il loro tempo (basti pensare che le parti di batteria sono state registrate cinque anni fa): al netto dei motivi personali, dalla pausa pandemica alle mutate esigenze familiari dei singoli membri, è evidente come non siano riusciti a salire sul treno del mainstream anche negli anni d’oro – il che, pensando al successo planetario raggiunto ad esempio da Bring Me The Horizon ed Electric Callboy, è un po’ un peccato – e quindi si siano dedicati a questo settimo sigillo discografico (nuovamente edito dalla Mighty Music, l’etichetta del debutto) con la cura di un artigiano libero da committenze e pressioni di ogni genere.
Un approccio sicuramente lodevole, ed evidente nella cura degli arrangiamenti mai così cinematografici, ma forse troppo ricercato: praticamente tutti i brani in scaletta superano o sfiorano o superano i sei minuti, e canzoni come “Frameworker” presentano una quantità di sovraincisioni e armonizzazioni tale da poter essere colta al meglio solo con una fruizione attenta in cuffia o con un impianto decente; niente di male anche da questo punto di vista, se non che ad un ascolto distratto quest’abbondanza di strati rischia di risultare quasi pasticciato.

Chiarito questo aspetto, bisogna dire che la lunga assenza non sembra aver arrugginito i circuiti della macchina Raunchy: a partire dall’iniziale “Frostbite” la sezione ritmica e le due chitarre (tutte formate da membri della prima ora) pompano un wall of sound a dodici cilindri, mentre le linee vocali di Mike Semesky (cantante statunitense subentrato prima del penultimo album) spaziano da uno scream dinamico ad un pulito cristallino, meno d’impatto rispetto ai suoi predecessori ma con un’eleganza quasi prog che ben si sposa alla maggiore teatralità dei nuovi pezzi come “Stranded” o “Vanishing Act”; fondamentale infine l’apporto del tastierista Jeppe Christensen, il cui timbro caldo funge da perfetto contrappunto nei ritornelli, mentre la componente elettronica resta assolutamente centrale sia nei passaggi più industrial che negli arpeggiati synth-pop dei brani più atmosferici (“Darkest Sell”, forse la traccia più inedita del nuovo corso, più vicina ad act contemporanei come i Vola o gli Only Humans che ai vecchi Raunchy).
La vena danzereccia è rimasta presente, come evidente dal groove cadenzato e dai synth energici di “Design Despair”, ma grazie anche a Jacob Hansen (sorta di settimo membro della band avendo prodotto tutti i loro dischi, nonché nume tutelare della scena metal moderna grazie ai suoi Hansen Studios) il sound è sempre più tridimensionale e l’intreccio armonico tra i due cantanti (“Higher Truth”) sempre più fluido, coniugando la magniloquenza degli anni Ottanta con la nitidezza moderna in maniera non dissimile dai Ghost (richiamati in maniera ancora più evidente nelle atmosfere quasi sacrali di “Masquerade”).
Non manca qualche frammento del tupa-tupa svedese che fu (“Revealing I”, con un attacco melo-death memore degli In Flames Y2K), mentre la title-track in chiusura suggella la qualità vocale dei due cantanti in una ballad semi-acustica interamente giocata sulle armonizzazioni alla stregua delle boy band anni Novanta, ma anche in questo caso non si tratta tanto di cavalcare un trend (dal ‘Backstreet Boys metal’ dei Blind Channel ai già citati Electric Callboy) quanto di un momento di ‘svestizione’ dopo quasi un’ora piuttosto ricca.

In conclusione “Prisoner” riesce ad inserirsi alla perfezione nel percorso evolutivo di modern melo-death a tinte elettroniche di cui la band danese è stata pioniera, suonando attuale nonostante la lunga assenza e senza per forza scimmiottare la nuova scuola dell’ex Bring Me The Horizon Jordan Fish. Per effetto della minore immediatezza ci teniamo un mezzo punto sotto il trittico migliore (“Death Pop Romance”, “Wasteland Discotheque” e “A Discord Electric”), ma un reboot del genere è davvero una piacevole sorpresa.

TRACKLIST

  1. Frostbite
  2. Stranded
  3. Frameworker
  4. Darkest Self
  5. Designed Despair
  6. Higher Truths
  7. Masquerade
  8. Revealing I
  9. Vanishing Act
  10. Prisoner
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