8.0
- Band: RAW
- Durata: 00:39:55
- Disponibile dal: 10/06/2016
- Etichetta:
- Aural Music
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
Apple Music:
Il suono delle catacombe introduce il primo movimento di “Death Waltz”, subito doppiato da un tappeto di tastiere in overdub. Con l’ingresso delle splendide chitarre acustiche, un crooner di alto livello ci trascina con capacità lungo le strade del Mississippi, mentre dietro, poco alla volta, il resto della band ci dipana note gocciolanti sudore, disperazione, bourbon bevuto a canna. Chi sia a cantare, chi sibili nenie da pelle d’oca, chi si faccia carico dei riff più taglienti o dei passaggi più emotivi non ci è dato di saperlo: del trio di Calgary ci vengono forniti i nomi e nient’altro, e va bene così. Non servono parole o spiegazioni. Perché “From The First Glass To The Grave” è tutto quanto descritto finora, e qualcosa di più; un’opera magniloquente di emozioni, per quanto tirato all’osso negli arrangiamenti; sì, perché non c’è nulla di complesso, in questo album. I primi cinque brani sono sporchi blues graffiati molto vagamente di sludge che potrebbe ricordare ai più curiosi tra voi i Wovenhand, con citazione speciale per gli arpeggi di “Slowly But Surely” e per la sublime e buia ballata d’amore “I’m a Shell But I’m Your Man”, dove echeggiano quasi spettri dell’ex Bad Seed Hugo Race, specie per il cantato senza speranza. E poi arriva la title-track, che definire sontuosa è limitante; un altro brano privo di velleità tecnica, ma i cui arpeggi di chitarra iniziali ci portano dalle parti dei Maestri, per poi trascinarci in un buco nero che più heavy psych non si può: lunghissimi minuti di batteria e chitarra su cui, come uno space rock sulfureo, si stagliano solo grida strazianti e campioni vocali. Con tutte le dovute proporzioni, immaginate di tuffarvi in un brano del Gilmour più recente, per riemergere (o affondare?) nei più acidi passaggi di “The Piper At The Gates Of Dawn”. Per citare pari pari le note di copertina fornite, qui si mischiano delta blues, psychedelic rock, country; viene citata, sinceramente a sproposito, anche un’influenza black metal, probabilmente presente nei gusti dei tre canadesi, ma non nell’esito del loro lavoro; così come, nel complesso, viene alla superficie ben poco di assimilabile al nostro genere di riferimento, comunque lo decliniate. Se però siete pronti a dedicare le vostre orecchie a quaranta minuti decisamente poco convenzionali, ma altamente emozionanti, non esitate un momento: mettete questo album, accendetevi una sigaretta e versatevi qualcosa di forte da bere. Buon ascolto e riascolto.
