7.0
- Band: REAPER (SWE)
- Durata: 00:26:31
- Disponibile dal: 31/01/2020
- Etichetta:
- Iron Bonehead Prod.
Grezzo, old-school, senza compromessi: l’esordio degli svedesi Reaper non lascia spazio a interpretazioni di sorta, proponendo un crudo thrash/speed dal sapore ottantiano ampiamente macchiato di black metal primordiale e che rimanda senza inutili sotterfugi ai grandi maestri del genere. La malignità dei primissimi Bathory e degli Hellhammer, i Venom portati alle estreme conseguenze, la furia cieca dei Sarcofago e dei Possessed: un compendio di metallo fragoroso, incontaminato e, a suo modo, divertente. Se negli ultimi anni si è assistito a un recupero parziale di certe sonorità (anche da parte di mostri sacri come i Darkthrone) questo duo svedese predispone un sound che si aggancia per intero a un’esperienza musicale che ha già nel titolo del loro primo disco una lucida intenzione: rumore, nordico e blasfemo. Ed è così che i Reaper si presentano al mondo realizzando un album che, sia per il songwriting che per la produzione, sembra essere stato registrato trentacinque anni fa.
Dopo un’introduzione acustica – anche quella nel segno di molta tradizione precedente – “Unholy Nordic Noise” parte sparando una brutale sequela di brani che non spiccano certo per originalità, e che anzi sono tutti molto simili tra loro, ma che creano una compattezza granitica assolutamente notevole. “Hero Of The Graveyard Flies”, con i suoi riff sporchissimi quasi punk, e “Severing Tentacles Of Faith”, con piste su piste di chitarre cattivissime e malsane, segnano il percorso dell’album, che da lì in poi si muoverà coerente e senza pause, composto soltanto da brani brevi, taglienti, immersi in un mare di distorsione, sostenuti dall’inesausto drumming di Duca The Impaler e dalle vocals sgraziate (e perfette) di Ityphallic Flaggelator. Si arriva poi al black ‘n roll di “Ravenous Storm Of Piss” e agli inserti quasi melodici di “De Krälande Maskarnas Kör”, passando per una godibilissima “Order Of The Beelzebub” che ricorda gli Impaled Nazarene più hardcore, mentre la variegata “Horn Of Hades” pesca a piene mani dagli Slayer di “Show No Mercy” e dagli Hellhammer di “Satanic Rites”.
Il pregio maggiore di “Unholy Nordic Noise” non è tanto questa coesione tra i brani che rende il disco una solida pietra scagliata nelle orecchie dell’ascoltatore (complice anche la giusta durata, non arrivando neanche a mezz’ora di lunghezza), ma la trasparente attitudine della band: non c’è neanche la più lontana intenzione di parodiare un genere tanto connotato; tutte le coordinante, stilistiche ed estetiche, appartenenti a quel periodo musicale sono trattate qui con genuinità e – quasi – con rispetto. È evidente, ed encomiabile la volontà dei Reaper di proporre soltanto musica autentica, rozza, violenta, non importa se dal retrogusto vecchio: perché a loro tutto questo riesce molto bene e, in fin dei conti, “Unholy Nordic Noise” è un album che funziona alla grande esattamente così com’è.
