6.0
- Band: RECORRUPTOR
- Durata: 00:48:43
- Disponibile dal: 18/07/2025
- Etichetta:
- Time To Kill Records
Dopo un decennio di carriera trascorso nelle retrovie del circuito techno-death/death-core americano, con anche un paio di full-length pubblicati in sordina su Bandcamp fra il 2017 e il 2020, i Recorruptor provano oggi a compiere un piccolo passo in avanti dal punto di vista dell’affermazione e della circolazione del loro nome, affidandosi alla nostrana Time to Kill – esplosa in tutto il mondo grazie al fenomeno Fulci – per il rilascio del nuovo “Sorrow Will Drown Us All”.
Un disco che presenta al ‘grande pubblico’ gli sforzi di una band convintissima dei propri mezzi e desiderosa di fare le cose per bene (vedasi la cura riposta nell’artwork), e che forte della gavetta fatta cerca qui il modo di imbucarsi al party organizzato da Aborted, Carnifex, Cattle Decapitation e Lorna Shore senza dare l’impressione di non poterselo permettere, confezionando una tracklist in cui il termine ‘robusto’ è quello che meglio si addice a descrivere la sostanza e la forma dei brani.
Ogni elemento, a partire dalla produzione bombastica e triggerata, trasmette in effetti un senso di unità e durezza, come se i ragazzi del Michigan, una volta imbracciati gli strumenti, si trasformassero in un assemblaggio di parti metalliche fuse indissolubilmente fra loro, per un suono intento a riempire categoricamente ogni spazio e a colpire l’ascoltatore nel modo più incessante e violento possibile.
Altalenante il risultato finale, complice un songwriting che, dietro il suddetto muro di compattezza e brutalità, non si rivela granché foriero di riff memorabili o di passaggi in grado di distinguere la musica dei Recorruptor da quella di decine di colleghi cresciuti a pane e ’modern’ death metal negli ultimi due/tre lustri.
La dedizione alla causa, come accennato, non manca di certo, stessa cosa dicasi per la tecnica strumentale e vocale, con il frontman Clint Franklin che, nello specifico, non si preoccupa di nascondere l’influenza al microfono dei vari Travis Ryan e Will Ramos, producendo un’altalena di screaming e growling dal forte impatto scenico; presente anche qualche digressione melodic/symphonic black metal, applicata per fortuna in modo non troppo invasivo e kitsch, ma senza freschezza e inventiva nello sviluppo dei pezzi – specie in un filone così inflazionato – è appunto difficile lasciare un segno tangibile del proprio passaggio.
I Nostri suonano precisi, fedelissimi a ciò che il genere richiede oggigiorno, e forse per questo, per la volontà ostinata di adeguarsi ai loro numi tutelari, perdono di vista la caratterizzazione dell’insieme, il cui alternarsi di rasoiate lancinanti, punteggiature atmosferiche e breakdown viscerali finisce per comunicare poco a chi, per quanto consapevole che non sia facile raggiungere i livelli di un “Terrasite” o di un “Vaults of Horror”, si aspetta comunque uno sforzo creativo degno di questo nome.
