REFUSED – Freedom

Pubblicato il 15/07/2015 da
voto
7.5
  • Band: REFUSED
  • Durata: 43:12
  • Disponibile dal: 29/06/2015
  • Etichetta: Epitaph
  • Distributore: Self

Ci sono capisaldi che dalla loro possono vantare attitudine rivoluzionaria, eclettismo musicale, romanticismo di ideali, protesta sociale, esibizioni da urlo, contesti appropriati, e che, giustamente, vengono poi bollati negli albi d’oro della musica di culto. Questo era stato l’ultimo album della formazione svedese “The Shape Of Punk To Come”, anno domini 1998, sotto qualunque genere lo si potesse ascrivere, comunque un capolavoro a tutti gli effetti. Imprescindibile è quindi non fare i conti con questo passato. Imprescindibile non fare i conti con coloro che sono stati mossi dagli ideali del rinnovamento proto-marxista dei tardi Novanta, imprescindibile non avere di fronte le facce spiazzate di coloro i quali si ritrovano ad avere, a diciassette anni di distanza dal suddetto album di culto, un nuovo disco targato Refused. Enormemente difficile è anche pretendere che non si debba/possa fare i conti con lo status di eclettismo e innovazione musicale che al nome Refused si deve associare. Sentire “Françafrique” con quella fastidiosa pronuncia sbagliata fa anche venire meno di primo acchito tutto ciò che di protesta sociale è contenuto in questo nuovo album, oltretutto se questo risulta essere un pezzo di presentazione del disco quanto più lontano possibile da pezzi storici come “Rather Be Dead” di “Songs to Fan the Flames of the Discontent””, ma quasi all’opposto fastidiosamente catchy e radiofonicamente d’appeal. Ancora più difficile è superare quell’impasse eterno del giudizio di fedeltà al passato immortale di una band che si è amata alla follia e, infine, fare i conti con la dipartita (o meglio dire ‘licenziamento’) del chitarrista Jon Brännström. Insomma, avere tra le mani “Freedom” e cercare di non provare un effetto straniante sulla pelle è una difficoltà non indifferente. Ma tutto sommato si sta sempre parlando di ascoltare un disco e cercare di darvene un resoconto, un modo giustificato di interpretarne un suo complessivo senso, o anche una sua sfaccettatura, forse, e non di trovarne l’unica via universale di accesso e di decifrazione. E, tutto sommato, buttare via sempre tutto quello che viene fatto dopo anni e anni dai capolavori non merita di avere molte righe di spiegazione. “Sarebbe stato meglio se non fossero tornati”. Bene, è vero. Ma c’è anche qualcun altro che potrebbe spiegarsi in maniera differente. Quindi proviamo a tenere a bada queste pachidermiche affezioni (assolutamente vere e giustificate) legate a “Shape” e al nome Refused, e vediamo cosa gli svedesi sono riusciti a tirare fuori, oltre alle critiche sociali ormai di mestiere che risultano essere più di facciata che di spessore umano e alla mancanza di quel post-hardcore al fulmicotone eclettico ed allucinato del 1998. La svendita umana ed artistica è un effetto del mondo capitalistico, e non è questa la sede per entrare nel merito di simili faccende. I Refused non sono dei martiri e probabilmente sono andati molto vicini allo svendersi e al tempo stesso inequivocabilmente “Freedom” non è un capolavoro come il vecchio “Shape”. Però in questi quarantatré minuti di musica ci sono delle canzoni che sono – o possono risultare per alcuni – ben lontane dall’essere trascurabili: se dalla prima “Elektra” sembra che effettivamente nulla sia cambiato in quanto a potenza e ritmiche sghembe, in realtà la situazione cambia ben presto, ma in un modo tale che venga presentato un lato incredibilmente affabile e parimenti sperimentale della formazione di Umea, che rende canzoni come “Old Friends/New War” e la stessa “Françafrique” infinitamente interessanti. L’appeal immediato e radiofonico di matrice moderna di cui sono dotate va però di pari passo con questa sorta di ripresa di un art-punk che ritrova le sue radici nei Clash, più che nel vecchio hardcore, che si integra coi pattern ritmici di certi nuovi Muse, ma che comunque sputa in faccia la sua faccia sbarazzina, oggi come un tempo, probabilmente con meno forza e meno potenza, ma risulta ancora essere intrigante e nuovamente accattivante, come la chiusura della iper-criticata canzone di presentazione del disco. Il lato sperimentale è meno immediato, meno roboante, cangiante, folle e quant’altro, ma è una facciata che può anche considerarsi più matura e più calibrata. La finale “Useless Europeans”, dal tono epico e quasi wagneriano, è un ottimo esempio della ricerca di innovazione contenuta in questo nuovo “Freedom”: una ricerca – ancora una volta – quasi per nulla rivoluzionaria (e come potrebbe esserlo, dopotutto?), ma pur sempre azzardata e ricercata. L’hardcore tirato e le urla del sempre buon Dennis Lyxzén ci sono ancora tutte, soprattutto in pezzi ancora aggressivi come “Destroy The Man”, “366” e “Dawkins Christ”, così come le ispirazioni di spessore politico e sociale presenti in “Freedom”: tra i vari, il rivoluzionario poeta sovietico Osip Mandelstam e la figura messianica – ovviamente in chiave parodica – del biologo Richard Dawkins. La produzione è encomiabile e molto del merito della riuscita (per qualcuno, ovviamente) di “Freedom” è anche da conferire al super-produttore svedese Shellback e soprattutto dal lavoro di Nick Launay, che tra le produzioni di Public Image Limited, Killing Joke e Nick Cave si può dire sappia il suo mestiere. Insomma, “Freedom” deluderà moltissimi e delizierà molti meno e non ha certamente una prospettiva unicamente oggettiva con cui apprezzarne o schifarne il contenuto, come chiunque si approcci a questo lavoro potrà intuire da solo, ma saprà anche affascinare altri per una prospettiva musicale di diverso effetto e diversa classe. Prendere o lasciare, in entrambi i sensi non si potrà certo tornare indietro.

TRACKLIST

  1. Elektra
  2. Old Friends / New War
  3. Dawkins Christ
  4. Françafrique
  5. Thought Is Blood
  6. War On The Palaces
  7. Destroy The Man
  8. 366
  9. Servants Of Death
  10. Useless Europeans
3 commenti
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