9.0
- Band: REPULSION
- Durata: 00:29:18
- Disponibile dal: 29/05/1989
- Etichetta:
- Necrosis Records
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“Furono sei o sette mesi intensi, un periodo breve ma molto impegnativo, durante il quale scrivemmo quelle canzoni”
Mettiamola così, in maniera molto semplice: senza i Repulsion la stragrande maggioranza dei gruppi death/grind non solo non suonerebbe nella maniera che tutti noi oggi conosciamo, ma probabilmente non esisterebbe neppure. Terrorizer, Napalm Death, Entombed, Carcass… non una di queste formazioni – universalmente riconosciute come seminali e leggendarie, a loro volta fonte di ispirazione per centinaia di musicisti – in passato ha potuto prescindere dagli insegnamenti del quartetto statunitense, protagonista intorno alla metà degli anni ’80 di una carriera tanto fulminante quanto decisiva per le sorti del metal estremo. Una storia che parte da lontano, più precisamente dalla cittadina industriale di Flint, nel Michigan, dove due adolescenti con una passione egualitaria per l’heavy metal e l’hardcore punk strinsero amicizia fra i banchi di scuola, decidendo nel giro di breve tempo di fondare una loro band. Matt Olivo (chitarra) e Scott Carlson (voce e basso) ancora non lo sapevano, ma da quell’incontro alimentato dalle gesta sanguinarie di Slayer e Discharge sarebbe nato un abominio, una creatura musicale che avrebbe fatto della brutalità, del disgusto e del parossismo le sue uniche ragioni di vita, sconvolgendo irrimediabilmente la placida routine della provincia americana. Dopo la consueta trafila di cambi di monicker e di lineup, i Nostri raggiunsero una certa stabilità sotto la poco rassicurante nomea di Genocide, corroborati dall’ingresso di Aaron Freeman alla seconda chitarra e soprattutto di Dave ‘Grave’ Hollingshead alla batteria, il cui apporto non tarderà a rivelarsi fondamentale nell’evoluzione stilistica del gruppo. Con il suo stile furibondo, improntato su velocità insostenibili per l’epoca, Hollingshead permise alla formazione di compiere un triplo salto mortale in termini di intensità e violenza, trasformandola da semplice ibrido hardcore-thrash in qualcosa di molto più urgente e spaventoso. Un passaggio sottolineato sia dalla pubblicazione del demo “Violent Death”, al cui interno risiedevano già i germi di quello che sarebbe avvenuto poi, che dal definitivo cambio di nome in Repulsion, avvenuto nel 1986. Lo stesso anno, sulla scia di un entusiasmo crescente e di uno stile finalmente affinato, i quattro si rinchiusero in studio di registrazione, dando alla luce una raccolta di brani che ne avrebbe decretato contemporaneamente l’ingresso nei libri di storia e la fine artistica. “Slaughter of the Innocent” cambiò tutto, per sempre. La prima vera testimonianza del filone grindcore, un esempio di oltranzismo sonoro pressoché imbattibile e senza tempo. Diciotto tracce-capolavoro che, nella loro primitiva istintualità, racchiudevano la quintessenza del genere poi portato alla ribalta dai suddetti Napalm Death e Carcass: l’incedere deragliante della sezione ritmica, equamente distribuito fra blast e d-beat, la mordacità delle chitarre, fautrici di riff lanciati a velocità folle contro l’ascoltatore, la tonalità ributtante del cantato, deformato fino a ricordare il rantolo di uno zombie putrescente… la colonna sonora ideale per uno dei tanti horror splatter di quel periodo. Eppure, in assoluta controtendenza alle aspettative di Olivo e Carlson (che si impegnarono affinché “Slaughter…” circolasse il più possibile nell’underground), nessuna label si mostrò interessata al lavoro. Delusi e sconsolati, i Repulsion posero fine alla loro folgorante carriera. Bisognerà aspettare il 1989 e l’entrata in scena della Necrosis Records di Jeff Walker e Bill Steer per ascoltare ‘ufficialmente’ quella mezz’ora scarsa di musica, ribattezzata “Horrified” e tirata lievemente a lucido da un nuovo mixaggio, che permise una volta per tutte di godere dell’inaudita ferocia della tracklist. Potremmo parlarvi per ore della barbarie, della contagiosità e del livello di marciume delle varie “The Stench of Burning Death”, “Radiation Sickness”, “Splattered Cadavers” e “Black Breath”, del loro suonare attualissime nonostante i trent’anni sul groppone, ma a quale pro? Il nostro consiglio, a fronte di una simile pietra miliare, può essere uno e uno soltanto: correte ai ripari o premete nuovamente il tasto ‘play’. Semplicemente intramontabile.
“Per quanto mi riguarda, tutto quello che i Repulsion avevano da dire era in quel disco. Una volta finito quel disco, non credo avremmo potuto fare qualcosa di più estremo”
Scott Carlson
(tratto da “Choosing Death – L’improbabile storia del death metal e del grindcore” di Albert Mudrian)
