5.0
- Band: REXORIA
- Durata: 00:34:45
- Disponibile dal: 03/02/2023
- Etichetta:
- Black Lodge
Ascoltando l’album di cui vi parliamo in queste righe appare evidente quanta scuola abbia fatto un certo modo di interpretare il metal melodico negli ultimi anni: in particolar modo notiamo una notevole somiglianza stilistica tra il sound degli svedesi Rexoria e la peculiare proposta dei finlandesi Battle Beast, a partire dalla presenza della cantante Frida Ohlin, proprietaria di una voce dal timbro graffiante e vibrante, non distante da quello di Noora Louhimo o della nostrana Federica De Boni, in abbinamento ad un background sonoro influenzato tanto dall’heavy/power metal classico, quanto da determinate connotazioni del pop anni ’80.
Una scaletta senza grosse sferzate in termini di durata, invero piuttosto lineare, compone un ascolto che si esaurisce in poco più di mezz’ora, tempo sufficiente a comprendere perfettamente il risultato conseguito dai Rexoria: a partire da una opener che trasuda appunto Battle Beast da ogni nota, dopo la quale si prosegue inserendo anche elementi più in linea con quanto fatto dagli ormai inarrestabili Sabaton e così via. Il punto di forza sono senz’altro dei ritornelli in cui l’attenzione maggiore viene rivolta alla componente più catchy, e lo stesso si può dire per la melodia portante dei vari brani; meno presenti invece le derive ritmiche, per non parlare degli eventuali sfoggi di tecnica, lasciati in secondo piano in favore di una semplicità generale forse un po’ troppo basilare. Anche l’andamento complessivo si mantiene tranquillo fino alla quarta traccia “Rage And Madness” – titolo che sembra una citazione ulteriore del repertorio dei già citati Battle Beast – che invece spinge sull’acceleratore, fornendo un po’ di adrenalina a noi affezionati delle sonorità più rapide e taglienti, anche se in questo caso appare evidente come queste siano destinate a durare relativamente poco: “Fading Rose” rallenta infatti nuovamente il tiro, aumentando la componente melodic rock e rammentandoci a tratti la colonna sonora di alcuni film.
La seconda metà della scaletta non offre particolari spunti differenti rispetto alla prima, rimanendo di fatto in una comfort zone che appiattisce persino troppo il prosieguo di un album senza nessun particolare motivo per spiccare: non è infatti difficile accorgersi della reiterazione delle soluzioni compositive, incluse la progressione di accordi e la risoluzione di determinate melodie. Tutte scelte che magari rendono le canzoni orecchiabili, se prese singolarmente, ma che inevitabilmente tolgono valore e ispirazione ad un album non dissimile da una linea piattissima, a scanso di un paio di eccezioni, e che quindi viene presto a noia se non si è proprio degli assoluti affezionati di quelle riproposizioni melodiche facili.
In conclusione, i pezzi di questo “Imperial Dawn” non sono brutti, anzi potremmo quasi definirli ‘carini’, oltre che orecchiabili e simpaticamente zuccherini, ma il vero problema è che manca completamente quel minimo di progressione e/o modulazione che anche nell’album più quadrato deve risultare presente, anche solo per fornire un valore individuale alle composizioni racchiuse in esso. A maggior ragione se parliamo non di un disco thrash metal alla vecchia maniera – in cui magari è il tiro generale a farla da padrone – ma di qualcosa che dovrebbe fare dell’utilizzo delle melodie un punto di forza, qui sostenuto solo e unicamente dalla cantabilità dei brani. Aggiungeteci che ogni soluzione sembra presa a piè pari da quanto fatto da altri colleghi più noti, e il gioco è fatto.
