RIOT – Fire Down Under

Pubblicato il 11/12/2017 da
voto
9.5
  • Band: RIOT V
  • Durata: 00:37:35
  • Disponibile dal: 09/02/1981
  • Etichetta: Elektra Records
  • Distributore:

Costituiti nel lontano 1975 a New York City, i Riot ruotano intorno alla figura carismatica del chitarrista e principale compositore Mark Reale, originariamente affiancato dal bassista Phil Feit e dall’eccelso cantante Guy Speranza. Dopo aver assestato le proprie fondamenta con l’ingresso di Jimmy Iommi al posto di Feit e del batterista Peter Bitelli, i Nostri concepiscono due opere di straordinaria caratura qualitativa come “Rock City” e “Narita”, entrambe già di per sé meritevoli di finire almeno citate nella nostra rubrica. (In)consapevoli precursori della futura New Wave Of British Heavy Metal, questi piccoli grandi talenti vengono notati da Ed Leffler, a suo tempo manager di Sammy Hagar, il quale, grazie all’ausilio dell’etichetta Capitol Records, ha organizzato un acclamato tour nel Regno Unito di supporto al celebre ‘Red Rocker’. Anche il celebre DJ britannico Neal Kay ha svolto un ruolo di primaria importanza nel far emergere il nome di questi terribili ragazzacci dai bassifondi della Grande Mela, trasmettendo in modo massivo la poderosa “Warrior” nel suo influente locale Soundhouse a Londra, autorevole punto di ritrovo di una nuova generazione di appassionati della musica pesante. Evento ancor più importante fu la loro inclusione in scaletta al Monsters Of Rock del 1980 sul circuito di Donington Park, di supporto ad autentiche icone come Rainbow, Judas Priest e Scorpions. Al termine di questa straordinaria esperienza europea, la carriera dei Riot sembrava giunta al capolinea, complice anche il forfait della sezione ritmica, in quanto i vertici della major decisero di fare a meno di loro senza troppe cerimonie. Soltanto la testardaggine del produttore Steve Loeb permise loro di strappare con le unghie un’opzione per pubblicare un nuovo capitolo di inediti, a patto che il disco fosse commercialmente accettabile. Naturalmente, al termine delle sessioni di registrazione, la dirigenza della Capitol si ritenne assolutamente insoddisfatta del risultato finale, decidendo così di bloccare inopinatamente la pubblicazione dell’opera. Soltanto grazie ad una massiccia petizione firmata dai numerosi sostenitori sparsi nel mondo, complice anche una serie di atti vandalici compiuti in quel di Los Angeles contro le macchine di lusso dei colletti bianchi dell’etichetta, i Riot transitarono sotto l’egida dell’Elektra Records, meritevole di aver pubblicato immediatamente “Fire Down Under”. Curiosamente, le prime copie del disco furono rilasciate con il titolo “Fire Down Below”, ghiotte prede dei collezionisti di dischi più accaniti. Presentato da un’innocua immagine di copertina sulla quale spicca la simpatica mascotte Johnny, il terzo capitolo della band americana palesa una sbalorditiva furia sonora difficilmente eguagliabile nel remoto 1981. Soltanto “Rock Until You Drop” dei Raven e “Welcome To Hell” dei Venom riescono ad eguagliare il furioso assalto sonoro perpetrato da Reale e soci. A differenza del folle eclettismo dei primi e della furia iconoclasta dei secondi, la qui presente opera palesa una straordinaria varietà stilistica, oltremodo valorizzata dalla spettacolare interpretazione vocale di Speranza, che dona il valore aggiunto ad un capitolo già perfetto di suo. Dotato di un timbro vocale aggressivo e stentoreo, altresì esaltato da un’ineccepibile sensibilità melodica, l’ispirato frontman ci guida con le sue corde vocali attraverso un orizzonte sonoro affrescato da tonalità abbaglianti. L’eccitante title track, il temibile assalto all’arma bianca perpetrato da “Run For Your Life” e “Don’t Bring Me Down”, senza dimenticarci della dinamitarda “Don’t Hold Back” sfoggiano una corazza sonora praticamente indistruttibile, oltremodo infervorata da una lucida follia strumentale e da una coesione collettiva mai più replicata. “Swords And Tequila” e “Outlaw” si presentano come eccellenti anthem levigati a regola d’arte dai rispettivi ritornelli, mentre “Feel The Same” e “No Lies” sono due midtempo che svelano il lato più introspettivo della compagine a stelle e strisce, squisita cortesia dell’esordiente Rick Ventura alle quattro corde. Tocca all’elegante “Altar Of The King” elevare incredibilmente l’asticella dell’eccellenza, per via del suo regale afflato epico ereditato dai Rainbow con Ronnie James Dio. Chiude i conti “Flashbacks”, simpatico collage celebrativo dedicato al buon Neal Kay, meritevole di testimoniare la gratitudine nei confronti di una delle poche persone che ha creduto nel loro operato. A causa della crisi spirituale che ha portato Guy Speranza ad abbandonare il mondo della musica, i Riot implodono incredibilmente al loro apice artistico, salvo poi risorgere dalle proprie ceneri grazie ad un nuovo cantante, che li condurrà verso sentieri differenti, ma non per questo meno interessanti.

TRACKLIST

  1. Swords And Tequila
  2. Fire Down Under
  3. Feel The Same
  4. Outlaw
  5. Don't Bring Me Down
  6. Don't Hold Back
  7. Altar Of The King
  8. No Lies
  9. Run For Your Life
  10. Flashbacks
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