7.0
- Band: ROAD TO JERUSALEM
- Durata: 00:34:41
- Disponibile dal: 02/03/2018
- Etichetta:
- Vici Solum Productions
- Distributore: Audioglobe
È una strana creatura quella nata da due ex membri dei Konkhra, il batterista Per Møller Jensen e il chitarrista Michael Skovbakke, a cui poi si uniscono il bassista Andreas Holma (Hypocrisy, Scar Symmetry, Soilwork) e il cantante Josh Tyree. E non ci riferiamo al fatto che un manipolo di artisti provenienti da un sostrato prettamente estremo finisca a suonare un hard rock figlio degli anni Settanta: non sono i primi e di certo non saranno gli ultimi. La cosa che stupisce, nel caso del debutto dei Road To Jerusalem, è proprio il particolare songwriting proposto dal quartetto danese. Abbiamo parlato di hard rock, ma non si faccia l’errore di pensare alla proposta più diretta e immediata, frutto della regola aurea di sesso, droga e rock ‘n’ roll; i Road To Jerusalem si immergono nelle acque più mistiche e spirituali di quegli anni, guardando in prima istanza ai Led Zeppelin innamorati dell’occulto e dell’oriente. Perfetto esempio del sound della band è l’iniziale “Andromeda’s Suffering”, che guarda al medioriente e alle atmosfere ‘kashmiriane’, pur senza replicarne l’ineguagliabile grandeur. Allo stesso tempo, però, i Road To Jerusalem sono abili nel mescolare le carte, risultando sfuggenti e per questo intriganti: “Under Your Skin”, ad esempio, ci rimanda ai Porcupine Tree degli anni Novanta, con quel suo incipit così wilsoniano; “Poison Ivy” si insinua sensuale con ottime trame di chitarra solista e un sentore pinkfloydiano nell’aria; “Ragtime Woman”, fedele al suo nome, caracolla su un tempo stracciato mentre Josh Tyree urla tutto il suo amore per il Robert Plant più selvaggio; mentre il singolo, “Widowmaker”, si muove ondivago su forme destrutturate che poco hanno a che fare con ogni tentazione radio-friendly. Ecco, le canzoni dei Road To Jerusalem hanno proprio questa caratteristica: concedono poco all’immediatezza, rifuggono i ritornelli e la melodia facile, non si preoccupano di agganciare l’ascoltatore con soluzioni facili, non si stampano nella memoria. Eppure, al termine dell’ascolto, non si rimane indifferenti, magari un po’ spiazzati, all’inizio, ma anche desiderosi di capire meglio ciò che si sta ascoltando. Non ci stupiremmo affatto se queste caratteristiche dividessero nettamente il gusto del pubblico, tra chi le considererebbe un difetto e chi, invece, le trovasse affascinanti. Chi vi scrive è più incline alla seconda ipotesi, ora a voi lettori il giudizio finale.
