7.0
- Band: ROB ZOMBIE
- Durata: 00:38:00
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Nuclear Blast
Rob Zombie non ha bisogno di presentazioni: l’ex leader dei White Zombie sarà sempre nei nostri cuori per “Astro Creep 2000”, i suoi primi dischi solisti “Hellbilly Deluxe” e “The Sinister Urge” e la sua folgorante carriera hollywoodiana come regista e sceneggiatore, con gli indimenticabili “La casa dei 1000 corpi”, “La casa del diavolo” ed “Halloween – The Beginning”.
Per poco più di un decennio (1995-2007) Rob è stato letteralmente incredibile, mettendo completamente a fuoco la propria folle visione – fatta di horror, caricature fumettistiche, sci-fi vintage ed exploitation come solo un conoscitore esperto e analitico (quale è Zombie) può realizzare – col favore di pubblico e major, regalando capolavori indimenticabili sia dal lato musicale che dal lato cinematografico.
Qualcosa ha poi iniziato a incrinarsi: il chitarrista Mike Riggs e il bassista Rob ‘Blasko’ Nicholson lasciano la band (rispettivamente nel 2003 e nel 2006) e Zombie decide di allontanarsi dall’industrial spettrale per una miscela più leggera di glam, honky-tonk, psichedelia ed elementi acustici.
Hollywood anche perde fiducia e, pur continuando a pubblicare regolarmente dischi, Rob mantiene la propria caratura e lo status di headliner nel conservativo e fedele mondo del metal nella maniera più ordinaria, ovvero riproponendo all’infinito i vecchi classici, senza che questo sia per forza un male: aveva tentato di riprendere la formula più heavy dei suoi dischi migliori, ma come spesso avviene dare un seguito ai classici non è davvero facile, infatti “Hellbilly Deluxe 2” ha qualche bel momento ma non convince del tutto.
Ed eccoci nel 2026, con il nostro idolo che sembra provarci di nuovo, stavolta però con premesse migliori: Riggs e Blasko sono di nuovo nella band, Nuclear Blast e Zeuss sono pronti a dare il proprio supporto e c’è un bel tour americano programmato, con un redivivo Marilyn Manson, in arene da quindici/ventimila persone per data. Rob Zombie è tornato davvero, stavolta?
Le prime tracce di “The Great Satan” sono quanto di più vicino al vecchio materiale sia stato prodotto negli ultimi anni: “F.T.W. 84” punta deliberatamente indietro con ritornello anthemico ed ispirato, i riff thrash e groovy e la voce di Zombie che sembra ringhiare da un vecchio altoparlante. “Tarantula” è distorta e ricorda i White Zombie, le voci si alternano tra growl e spoken word isterici, i riff spingono sull’acceleratore. “(I’m a) Rock ‘N’ Roller” brilla della folle prosa del frontman in un midtempo spaziale, diretto e molto divertente, mentre “Heaten Days” è incalzante, frenetica e veloce, affiancando riff thrash a slide di chitarra capaci sicuramente di far impazzire i fan di vecchia data.
Per qualche motivo però, dopo il primo interludio, c’è un secondo blocco di canzoni in cui il disco perde di pesantezza (non necessariamente un difetto) e direzione, facendo sfumare sia il concetto di ritorno alle origini che la coerenza interna della raccolta con una deviazione verso quel sound sperimentale e contaminato degli ultimi dischi, che pure, però, non riesce a replicare i fasti del passato: “Sir Lord Acid Wolfman” gioca col funk psichedelico, “Revolution Motherfuckers” è un midtempo sarcastico ad alto tasso alcolemico, “Out of Sight” ha bassi grassissimi e un beat dance allucinato, “Punk And Demons” ricorda i Ministry in maniera sorprendentemente asciutta. Non che venga meno un songwriting sopra la sufficienza o l’identità o il personaggio, ma di sicuro i brani della seconda metà dell’album, soprattutto quelli citati, sembrano divagare in direzioni disparate senza un preciso filo logico, con l’aggravante di campionamenti talvolta incomprensibili, effetti vocali eccessivi e in generale una tendenza più verso quel rock da autostrada del centro America che al metal industrial da lapdance alternativa.
Forse quello che manca davvero è una reunion con Scott Humphrey, co-produttore e co-autore dei primi tre dischi di Zombie.; Zeuss fa un lavoro eccellente e riesce a valorizzare le sberle di questa raccolta, ma la speranza di avere un successore spirituale di “Hellbilly Deluxe” sfuma brevemente nel corso di una manciata di brani, e crediamo sia meglio non ascoltarlo o presentarlo in quest’ottica.
“The Great Satan” resta nel complesso un disco divertente ed immerso in un meraviglioso immaginario ricco di nozioni, citazioni e quello spirito da circo/luna park popolato da redneck e freak, figlio di un personaggio unico che riesce a suonare sempre credibile e fedele a se stesso.
Siamo sicuri che ascolteremo una manciata di brani di questo disco per i mesi a venire, e probabilmente alcuni verranno anche aggiunti alla setlist di classici del vecchio Rob; onestamente, a parere di chi scrive, più di quanto gli ultimi capitoli discografici siano stati in grado di fare (pur accolti in maniera entusiasta su queste stesse pagine).
