8.0
- Band: ROME
- Durata: 00:37:56
- Disponibile dal: 25/11/2022
- Etichetta:
- Trisol Music
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Con questo nuovo album, Jérôme Reuter sembra voler rispondere a una domanda tutt’altro che semplice: è possibile rimanere coerenti al proprio percorso e al tempo stesso rivisitare quasi completamente l’approccio a un genere che si è contribuito a definire?
Detto che, certo, il neofolk ha radici lontane e ben precedenti all’esordio di questa band, è altrettanto innegabile lo spazio rilevante, anche a livello di notorietà, che Reuter si è ritagliato negli anni coi suoi Rome; e come sia un genere che soffre degli inevitabili difetti di qualunque microcosmo di culto: staticità, refrattarietà ai cambiamenti troppo forti, tendenza del pubblico ad amare quanto di consolidato può trovare in una, o dieci o venti band che finiscono per suonare sempre uguali a se stesse. Ecco, Rome non è mai stato questo, e tra capolavori indiscussi come “The Hyperion Machine” e dischi più discussi, come il precedente, un percorso di crescita l’ha sempre mostrato, arrivando con questo nuovo capitolo – a nostro parere – a chiudere un ciclo in maniera perentoria. Chiudere un ciclo significa anche tornare alle origini, specie in ottica filosofica, elemento cui va riconosciuto un certo peso in questo ambito, e così Jérôme ripesca e rivalorizza tutte le componenti connaturate al Rome sound, dal gusto epico alla serena potenza dei passaggi acustici, passando per momenti elegiaci e rarefatti, ma al tempo stesso acuisce gli inserti elettronici o di tastiere, e ci mostra da dove provengono tanto lui, tanto questo sottogenere musicale. Troviamo così brani che mischiano, con la perfezione d’incastro di un Lego, gli scontati passaggi marziali dei Death In June con le polverose e intimiste atmosfere del Clan Of Xymox, momenti goth à la Sisters Of Mercy e tanta new wave, specie quella di confine al synthpop: dai primi Simple Minds ai Flock Of Seagulls (“Surely Ash”, “Hearts Mend”) a riferimenti più oscuri, trasfigurati con quella classe che separa i grandi artisti da chi si limita a copiare. Senza mai perdere la sua identità, fatta anche di passaggi d’atmosfera quasi ostici (“Stone Of Light-Mer De Glace”) in un percorso che, spostandoci in ambito più mainstream, può ricordare persino gli Editors, a ben vedere anche come esiti musicali (“No Second Troy”).
Volutamente, abbiamo messo in campo una lista di nomi più che di singoli momenti da citare, perché è l’effetto che ci ha dato il primo ascolto: una sequenza sicuramente riuscita ma quasi effimera, poco omogenea. Ci si accorge poi che tutti questi richiami emergono magari fortissimi per qualche secondo, ma in realtà si mischiano e ritornano in maniera strutturata nel corso di tutte le undici tracce di “Hegemonikon”; forse il titolo del disco, al di là dei riferimenti socio-politici si cui è sempre intrisa l’opera dei Rome, nasconde anche una sarcastica pretesa di surclassare quanto circonda, a livello di “ambiente” musicale, i Rome. Sinceramente, non ci sentiamo di smentire.