7.0
- Band: ROPE
- Durata: 00:25:01
- Disponibile dal: 08/04/2026
- Etichetta:
- Jungle Noise Records
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L’aspetto più eccitante dell’underground è sicuramente il ribollire di collaborazioni tra musicisti di diversa provenienza, che si alleano per un progetto sulla base di gusti musicali affini. I Rope, ad esempio, annoverano Alessio Marchetti (voce) e Simone Tolentino (basso), che sono stati membri dei Tutti I Colori Del Buio, un quartetto post-hardcore autore di un interessante vinile d’esordio (“Initiation Into Nothingness”, 2016), Alessandro De Feo (chitarra), militante nei punk rocker torinesi The Ponches, e Alberto Marietta Odone (batteria), con un passato, tra gli altri, nei Satellite.
La formazione ha all’attivo un album (2020), “Crimson Youth”, che tradiva ascolti onnivori e uno stile in grado di assimilare elementi ruvidamente hardcore, così come influenze pop-punk, con l’attitudine tipica degli At The Drive-In e dei meno fortunati ma altrettanto seminali Drive Like Jehu.
Ci sono voluti quasi sei anni alla band per scrivere il successore di quei venti minuti concisi ma eccitanti: l’altrettanto breve (sette pezzi per appena venticinque minuti) “For All The Marbles”, registrato a Torino presso il Magma Studio e poi masterizzato negli Stati Uniti da Will Killingsworth (con un impressionante portfolio di esperienze, tra produzione e registrazione ai Dear Air Studios, che vi consigliamo di esplorare).
Il nuovo lavoro dei Rope mantiene più o meno le coordinate del precedente, ma le influenze qui sono rilette con una maggiore maturità, sia in fase di scrittura sia di esecuzione. Certo, Cedric Bixler Zavala e Omar Rodríguez-López rimangono le stelle polari per navigare sicuri verso un crossover ruvido ma pur sempre melodico (si prendano ad esempio i due minuti scarsi del singolo “(Missing) Operating Manual”, puro distillato At The Drive-In), ma i musicisti sono ben consapevoli di avere tutto un mondo musicale da cui attingere.
Ecco allora “Cross My Heart”, che paga tributo all’hardcore evoluto dei Fugazi; le melodie sguaiate e irresistibili dei Quicksand si insinuano nell’iniziale “Here Goes Nothing”, mentre la complessità di scrittura e arrangiamento (tra scorribande furiose HC e improvvisi rallentamenti) di “Beating a Dead Horse” riporta alla mente gli svedesi Refused.
Come anticipato all’inizio della recensione, il gruppo mostra di aver trovato una propria dimensione sonora e, se da una parte si permette un sentito omaggio al post-metal arioso dei Cave In di “Jupiter” nella finale “Today’s a Gift”, dall’altra riesce quasi sempre a mantenere un equilibrio tra orecchiabilità e violenza, come in “Siamese Twins”, che ricorda a tratti i Cancer Bats.
“For All The Marbles” è un disco conciso e decisamente piacevole, testimonianza di una collaborazione riuscita che, con gli anni, potrebbe guadagnare lo status di piccolo cult. Un piccolo commento nerd, sul finale: un peccato l’assenza di un’edizione in compact disc, sarebbe stata una scelta più consona ai primi anni 2000, il periodo a cui si rifà principalmente questa musica.
