ROPE SECT – The Great Flood

Pubblicato il 04/08/2020 da
voto
8.0
  • Band: ROPE SECT
  • Durata: 00:44:27
  • Disponibile dal: 12/08/2020
  • Etichetta: Iron Bonehead Prod.
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Il dark-gothic rock si è riaffacciato nelle preferenze degli appassionati di musica underground, riportando familiarità con talune atmosfere anche tra il pubblico prettamente metal. L’ascesa prorompente dei Grave Pleasures è la testimonianza migliore di questo rinnovato amore sbocciato fra il gotico nella sua forma lieve, decadente e palpitante e suoni più robusti e pompati. Un poco in disparte alla travolgente compagine finnico-inglese, si dà intanto da fare un cospicuo numero di angosciati cantori di morte. Romantici, languidi, alcuni più orientati alle ripetizioni catatoniche dei synth, altri immersi in un brodo di bassi pulsanti e chitarre conturbanti, tra chi gongola in melodie catchy e ammiccamenti, e chi invece ammorba l’aria con miasmi di tomba, vi è ampia scelta per chi si voglia avvicinare a queste ambientazioni. Vicini allo spirito dei pionieri, incatenati a una realtà drammatica, notturna e sconfortata, inguaribilmente oppressi da una tristezza uggiosa che non ne stempera la capacità di tracciare melodie di infallibile presa, i tedeschi Rope Sect bissano le ottime impressioni suscitate dall’EP “Personae Ingratae” e dai singoli sparsi qua e là per ricordare la loro presenza.
“The Great Flood”, primo album di una formazione ingarbugliata visivamente nei nodi di una corda che incatena, costringe e crea dipendenza, è album adorabile per come ci butta nell’oscurità e ce ne fa assaporare le sue prelibatezze. Senza nasconderci nulla, senza concedere illusioni. Quando il mondo va a nanna, solo le anime in pena, in cerca di un perdono o un sollievo che non arriverà mai, popolano le strade, gli scantinati, buttandosi in danze lente, spirali di perdizione, abbandoni a un piacere effimero. Nera e candida la notte evocata dai Rope Sect, che coi già nominati Grave Pleasures hanno più che una reciproca simpatia, tanto che il loro singer Kvohst compare alla voce principale in ben due tracce, “Prison Of You” e “Flood Flower”. Un’ospitata di sostanza, perfetto tassello da inserire in un meccanismo che affina le qualità percepite nelle passate pubblicazioni, schiarendo i toni e depurando l’insieme di parte di quel ruvido spirito lo-fi che caratterizzava in precedenza l’operato della band. Volendo farla breve, siamo in presenza di una delle migliori rivisitazioni moderne dell’operato di The Cure, The Sisters Of Mercy, Depeche Mode, con una sensibile iniezione di chitarre distorte di ascendenza metal – del quale stanno a cavallo, giocando abilmente a entrare e uscirci secondo necessità – una rielaborazione delle ritmiche post-punk molto personale e fuori dagli schemi, una sensibilità già inconfondibile nel dosare arpeggiati immaginifici e riff schiaccianti.
Il rimestare di basso e chitarre in avvio di “Divide Et Impera”, subito seguito da una linea solista astuta e intrigante, introduce a un disco che va a stabilire nuove regole nel rapporto fra energia e malinconia, voglia di divertimento e musi lunghi, sferragliamenti implacabili e nostalgie grigiastre. Il basso, come il miglior post-punk insegna, detta le regole e traina emotivamente ogni pezzo, e lo fa variando gli andamenti e sfuggendo alle reiterazioni troppo sostenute, come nel genere in pochi sanno permettersi. Le chitarre indovinano grandi riff uno dopo l’altro, lavorandoci attorno con uno spettro di melodie che diventano in poco tempo inconfondibili, tracciando con segno deciso quello che si può definire uno stile-Rope Sect. Le simbiosi di basso e chitarre negli arpeggiati condensano un patrimonio di tristezza enorme, che non tracima mai in una negatività tremenda, piuttosto si mantiene a mezz’aria come una nebbia impalpabile. In mezzo alla quale le lead vocals sono un traghettatore sapiente, incantevoli, illusionistiche, un delicato crooning che si diletta in vocalizzi pallidi e in bilico tra impassibile freddezza e un ardore a volte solo accennato, in altri momenti forte, magnetico. Progressioni roboanti si dilavano in mestizia, si annunciano paradisi sotterranei situati chissà dove, ci si lascia annegare in un’inondazione di note dolciastre che cede definitivamente all’abbattimento nella doomeggiante chiusura di “Diluvian Darkness”; ogni canzone spinge per emergere, per diventare un piccolo classico contemporaneo, qualcosa che valga la pena andare a cercare tra le nuove uscite e farsi travolgere da una musica forte soltanto della sua impalpabile magia e di un suo toccante sentimentalismo. Se Beastmilk e Grave Pleasures hanno risvegliato la vostra anima dark e ballate allo sfinimento pregustando una romantica fine del mondo, “The Great Flood” è il vostro disco.

 

TRACKLIST

  1. Divide et Impera
  2. Rope of the Just
  3. Eleutheria
  4. Prison of You
  5. The Underground Paradise
  6. Hiraeth
  7. Flood Flower
  8. Non Serviemus
  9. Issohadores
  10. Dilluvian Darkness
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