7.5
- Band: EARTHFLESH , RORCAL
- Durata: 00:30:29
- Disponibile dal: 02/04/2021
- Etichetta:
- Hummus Records
Ok. Lo sappiamo: ormai nel post-metal la collaborazione è una cosa che va di moda. Complice forse il contesto vicino a festival come il Roadburn o i tempi che corrono, dove si può far palleggiare virtualmente il progetto tra le varie condivisioni e studi di turno, fatto sta che anche i Rorcal si uniscono a Earthflesh, che altri non è se non Bruno, il loro precedente bassista. Suonava bene, però, tutto sommato, e così è stato presentato.
Il quintetto black-doom si unisce dunque al malvagio maltrattatore di suoni Earthflesh per dare alla luce le tracce più abrasive, annichilenti e ruvide della loro carriera. Formato da due canzoni della medesima durata di quindici minuti “Witch Coven” offre, deteriorato da innesti rumoristici mai paghi di frequenze, i due assetti principali dei Rorcal: quello più veloce e black metal (in “Happiness Sucks. So Do You”) e quello più lento e doom sludge (nella prima “Altar Of Nothingness).
La sacrale processione inizia a innestare le sue tonalità plumbee all’inizio e alla fine della prima traccia, trasportando immediatamente l’ascoltatore in territori inquietanti di qualche cripta o messa nera, lentamente introdotti in un patibolo presagente l’apocalisse. Anche l’epicentro della seconda traccia (più funambolica e malata) presenta quelle tonalità interessanti e più evanescenti che i Rorcal hanno imparato a presentare come ‘fattore X’, riconducendoli sempre nel medesimo territorio estremo ma donando loro una certa autenticità specifica. Con gli innesti noise, poi, la mistura sembra subire un’ulteriore e preziosa capacità di avviluppare l’ascoltatore dentro questi cupi meandri brutali e distorti. Alla fine, la simbiosi tra le due entità, quella rumoristica e quella più metal, è infatti assolutamente in grado di appagare quell’ascoltatore bramoso di decadenza sonora: diretto ed abrasivo, senza compromessi, “Witch Coven” è un discorso pienamente riuscito.
Dopo l’uscita del loro quinto e riuscitissimo album “Muladona” alla fine del 2019, i Rorcal, annullate per la pandemia le circa quaranta date previste (così si legge), avranno sicuramente pensato bene di riversare l’energia da palco in questo lavoro, concepito in un periodo particolare e sicuramente in grado di rappresentare lo ‘spirito dei tempi’. Non per questo, però, il lavoro risulta unicamente vincolato ad una pubblicazione dovuta, ma contribuisce a presentare i Rorcal come una formazione in grado di dire la sua, in maniera autentica e ancora aperta a contaminazioni ulteriori, in un panorama come quello del post-metal di matrice roadburniana. La felicità fa schifo, come noi, e il rumore regna padrone: certo, lo immaginavamo di già detto in questi toni, ma comunque ha il suo fascino non certo trascurabile.
