8.0
- Band: ROTTEN TOMB
- Durata: 00:38:51
- Disponibile dal: 06/06/2026
- Etichetta:
- Nuclear Winter Records
Se nel 2022 l’esordio “Visions of a Dismal Fate” aveva saputo imporsi come una delle sorprese death metal dell’anno, e il suo successore, “The Relief of Death” (2024), si era rivelato una decisa conferma in termini di capacità interpretative, al terzo full-length i Rotten Tomb mettono definitivamente a punto il loro stile in un lavoro che sa ormai di raggiunta maturità, di apice di un percorso compiuto lontano dalle grandi rotte del genere, e forse proprio per questo motivo in grado di scavare ancora più a fondo nell’estetica macabra e nelle vibrazioni trascendentali di certa musica.
Una discesa di circa quaranta minuti in tunnel e catacombe che sembrano spingersi fino alle viscere della Terra, dove la sola luce che può arrivare è quella di una flebile fiaccola, a rischiarare un mondo sotterraneo di riti proibiti e morti dimenticate.
È lì che il gruppo di Iquique – parte di quel crogiolo di talenti underground che è il Cile (basti pensare agli exploit conseguiti nell’ultimo decennio da Suppression, Ripper, Mortify e Mayhemic) – ci porta nuovamente con “Vestiges of Tortured Souls”, ribadendo che quanto incluso nelle opere precedenti non si trattava di un fuoco di paglia e che quell’approccio stilistico, radicato tanto nei classici di Incantation e Immolation, quanto nei primi, crepuscolari vagiti di Paradise Lost e Amorphis, ha ancora parecchio da dire prima di riciclarsi e giungere a noia.
Anzi, come detto, mai come oggi il quartetto dà l’idea di esprimersi con autorevolezza e controllo, con una capacità di rielaborazione che dimostra – man mano che ci si addentra nei cunicoli spogli e tenebrosi della tracklist – quanto il rischio di scadere nel ‘more of the same’ sia qui superfluo, portando al livello successivo le soluzioni adoperate in passato e incanalandole in un flusso a dir poco compatto e penetrante, da cui si evince come ogni riff sia stato ponderato e perfezionato senza che nel processo si perdesse la sua carica istintiva.
È su questo equilibrio fra lucidità in sede di songwriting e trasporto nell’interpretazione, una spinta interiore in grado di mettere a più riprese la pelle d’oca, specie quando il growl di Deathbringer si eleva a mo’ di invocazione iraconda dall’Abisso, che si gioca il successo di questo ritorno: più barbaro, più feroce, ma anche più profondo e sibillino nel momento in cui le chitarre vengono fatte scivolare sulla bruma di certo death/doom vecchio stampo, con lead malinconici in grado di richiamare direttamente le gesta di Greg Mackintosh su lavori come “Lost Paradise” e “Gothic” (clamorosa, in questo senso, la parte centrale di un pezzo come “Mortified”).
All’interno di un filone che pecca spesso di immobilità, e con poche band degne di raccogliere lo scettro di sovrani come Sonne Adam, Dead Congregation e Cruciamentum, promotori della riscoperta di questo modo di intendere il death metal nella prima decade dei Duemila, i Rotten Tomb continuano insomma a porsi come una realtà attenta allo sviluppo delle dinamiche e all’affinamento della componente melodica, oltre che micidiale nel momento in cui viene chiamata a forgiare nuovi riff nel suo altoforno.
Una formazione che ha assimilato a pieni polmoni le arie infernali dei classici, e che oggi – facendo leva su un’ispirazione ragguardevole e su una cura maniacale per i dettagli, con la produzione a spiccare immediatamente per calore e potenza – ne riformula i componenti sulfurei per giungere, di volta in volta, a risultati alchemici di grande fascino.
Difficile, arrivati a questo punto, continuare a parlare di semplice promessa: allo stato attuale delle cose, i sudamericani rientrano senza dubbio fra i nomi più estrosi e costanti dell’underground death metal contemporaneo. La speranza è che la sponsorship di ‘Sua Maestà’ Anastasis Valtsanis, che per “Vestiges…” li ha voluti ufficialmente nel roster della Nuclear Winter, faccia la differenza portandoli finalmente in Europa e in contesti come quello del Kill-Town Death Fest di Copenhagen.
