ROTTING CHRIST – Triarchy Of The Lost Lovers

Pubblicato il 13/04/1996 da
voto
9.0
  • Band: ROTTING CHRIST
  • Durata: 00:46:19
  • Disponibile dal: 04/1996
  • Etichetta: Century Media Records
  • Distributore: Sony

“Malinconia: stato d’animo di vaga tristezza, spesso alimentato dall’indugio rassegnato o addirittura compiaciuto, nell’ambito di sentimenti d’inquietudine o delusione”.
Questo è il sentimento che pervade il terzo disco dei Rotting Christ: una strisciante sensazione di inesorabile malinconia, di bellezza che, nell’acmè del suo germogliare, segna già il primo passo verso un lento declino (non definitivo, per fortuna). Semberà strano, perché guardando la carriera dei greci, se il dirompente (quanto sfortunato, in termini di diffusione) “Non Serviam” li aveva collocati nell’Olimpo dei migliori, “Triarchy Of The Lost Lovers” lo afferma a gran voce: testimone ne è la firma per la major Century Media (per dieci anni e sei album, un’infinità, ma sul momento i Nostri non sembrano farci molto caso), la quale per la prima volta nella storia dei Rotting Christ fa sentire la propria voce come etichetta; si preoccupa infatti di affittare lo studio tedesco Stage One e di affiancare alle tre teste calde Andy Classen (in forze negli Holy Moses) come produttore. I risultati sono tangibili, visto che “Triarchy…” ha uno spessore in termini di suono, produzione e appeal finora sconosciuti alla band, particolarmente azzeccati per la veste melodica di cui sono ammantati i quarantasei minuti del disco. Meno riff sparati a mitraglia e più rallentamenti, meno dissonanze e più bridge trainanti: per la prima volta si ha un assaggio di quel ‘qualcosa’ che farà la fortuna dei tre triarchi (rimasti orfani di Morbid lungo il percorso) – l’incredibile potere di trascinare l’ascoltatore (o lo spettatore) in un ritmico vortice di martellamenti (in questo frangente più disciplinati e ragionati, con un Temis quantomai domo dietro le pelli) e riff, ricamati l’uno sull’altro con tragica epicità. Si prendano due classici come la splendida “King Of A Stellar War” e la tiratissima “Archon”: il primo brano è una solenne marcia cadenzata, il secondo una mina potentissima, in grado di mandare istantaneamente l’adrenalina al cervello, eppure entrambi incarnano l’essenza di quello che i Rotting Christ si preparano ad essere.
Capolavori come “Shadows Follow” (con il motivo in refrain su tutta la canzone per un effetto quasi ‘processionale’), “The First Field Of The Battle” non hanno perso, col passare degli anni, neanche un briciolo di bellezza, genuinità o maestria, fianco a fianco con gemme oscure quali “One With The Forest”, che ci parla filtrando il linguaggio dei primi Katatonia con le accelerazioni che oramai abbiamo imparato a riconoscere come tratto caratteristico del gruppo. Questo splendido gioiello guarda molto più a Tiamat e Paradise Lost che ai Mayhem: l’andamento delle canzoni è molto più plumbeo (“Snowing Still”) e in generale ‘monolitico’ rispetto a quello cui eravamo abituati. La rabbia cieca dei Nostri si è tramutata prima in un grantico rifiuto di omologazione con “Non Serviam”, quindi in una autolegittimazione di potere con un disco che trasuda maestosità e potere da ogni poro, insieme ad un tenue aroma gotico che si paleserà in maniera prepotente con i lavori successivi. Eppure, ascoltandolo, è impossibile non cogliere una tenue patina di tristezza, addii e cose perse per sempre: “Triarchy Of The Lost Lovers” è l’ultimo disco dei Rotting Christ nella loro formazione storica, uno dei punti più alti della loro carriera ed insieme il primo passo in Inferi stavolta reali.

TRACKLIST

  1. King Of A Stellar War
  2. A Dynasty From The Ice
  3. Archon
  4. Snowing Still
  5. Shadows Follow
  6. One With The Forest
  7. Diastric Alchemy
  8. The Opposite Blank
  9. The First Field Of The Battle
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