7.0
- Band: RUNEMAGICK
- Durata: 00:48:04
- Disponibile dal: 28/04/2023
- Etichetta:
- Hammerheart Records
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Un nuovo disco dei Runemagick è una certezza praticamente matematica, di quelle che rassicurano come la pasta fresca in famiglia la domenica. Ed è così che – con spirito placido e sereno – ci approcciamo al nuovo nato in casa Rudolfsson, il dodicesimo full-length di una lunga carriera, cominciata nei primissimi anni ‘90 con una manciata di demo che li portano alla Century Media e a due ottimi dischi di death metal evocativo e fiero dalle venature doom, “The Supreme Force Of Eternity” e “Enter The Realms Of Death”.
Il nuovo millennio porta alcuni avvicendamenti di line-up e il sound della band rallenta sempre di più, tanto da farsi spesso davvero ostico, mentre l’ispirazione va e viene, senza però tornare mai ai livelli degli esordi.
“Beyond The Cenotaph Of Mankind” si inscrive perfettamente nel solco stilistico tracciato nel tempo da Nicklas Rudolfsson e consorte, dimostrandosi qualitativamente migliore dei suoi immediati predecessori, che non brillavano per la qualità del materiale proposto. Questa volta la band svedese – che piuttosto curiosamente di canonicamente ‘svedese’ nel proprio sound non ha poi moltissimo – si dimostra più a fuoco e in grado di colpire a segno grazie a buoni riff e un certo grado di freschezza negli arrangiamenti. I Runemagick riescono a graffiare e scelgono (fortunatamente) di non puntare tutto solamente sul rallentamento dei tempi – che non è di per sé garanzia di ‘atmosfera’ – ma scelgono soluzioni più varie e vivaci, come dimostra immediatamente la lunga “Archaic Magick (After The Red Sun)”, quasi dodici minuti che si snodano tra riff opprimenti e qualche accelerazione dall’aura maligna. Il secondo ‘singolo’, “Endless Night And Eternal End”, segue a ruota: pur attestandosi su un tono vicino al funeral doom, non rinuncia a sprazzi più dinamici e soprattutto riesce a trovare, tra le pieghe marce e funeree del suono, il modo di creare melodie convincenti. Intendiamoci, i Runemagick non prendono nessun rischio, il loro seminato è ben definito e piuttosto limitato, ma ci sono svariati momenti piacevoli, come gli assoli di “The Storm Rode Beyond The Firmament”, il feeling ipnotico e quasi alieno che chiude “Beyond The Cenotaph Of Mankind” o l’incedere cadenzato della spettrale “Nocturnal Deities Of Winter”, che prende il via nella seconda parte e lascia spazio al più classico death metal; uno dei pezzi migliori del disco.
Insomma, i musicisti di Goteborg si autocitano in continuazione e gioverebbero probabilmente di qualche taglio del minutaggio e di una maggior versatilità nel growl di Nicklas – cosa che dopo tanti anni di carriera risulta piuttosto improbabile – ma, per contro, riescono a tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore e a trasmettere le atmosfere sulfuree decantate, che per una volta non restano lettera morta. In ogni caso, questo disco risulta godibile, probabilmente anche perché più meditato e rifinito, senza per questo risultare artificioso, dei dischi che lo precedono. Se il death-doom ferale e putrescente, fiero e saldamente ancorato agli stilemi classici è nutrimento per le vostre orecchie, prestate un ascolto a questo lavoro, che speriamo sia l’inizio di una nuova (tarda) epifania.
