RUSH – A Farewell To Kings

Pubblicato il 11/01/2019 da
voto
9.0
  • Band: RUSH
  • Durata: 00:37:13
  • Disponibile dal: 01/10/1977
  • Etichetta: Mercury
  • Distributore:

Se superare i quarant’anni non è così tanto sconvolgente per un uomo, lo è sicuramente per un disco. Nell’ampia discografia dei Rush non è infatti difficile pescare album che ancora oggi suonano come veri e propri ragazzini, con un estro e un’inventiva, un’ottica nei confronti del mondo e una passione della musica che continua a non avere eguali e che perdurano anche nell’essere incredibilmente maturi, consapevoli e capaci di insegnare ancora qualcosa. L’album, certificato dalla RIAA disco d’oro il 16 novembre 1977 e disco di platino il 1º dicembre 1993, è stato registrato in tre settimane presso i Rockfield Studios in Galles nel giugno del 1977 e mixato presso gli Advision Studios di Londra; e continua a restare emblema della produzione e del sound di Neil Peart e soci.
Una intro di chitarra acustica e glockenspiel introduce l’opener, prima del primo riff vero e proprio, diventato ormai memorabile, come ogni entrata – dopotutto – di Peart, Lifeson e Lee. “A Farewell To Kings” immette i Rush nel loro periodo narrativo, visionario, psichedelico, ma anche portante avanti la tradizione del grande repertorio delle canzoni da arena, i singoloni inequivocabili dei torontoniani, entrati a pieno merito nella folclore del progressive rock più emblematico. Come le migliori favole che si rispettano, “Xanadu” è introdotta da quell’atmosfera fantasy e tolkeniana, fatta di effetti chitarristici e rintocchi di campana, per poi arrivare al dunque, quando le creature entrano con gli strumenti e definiscono il progressive rock in tutta la sua eccentricità canadese, soprattutto nel periodo che va dal 1975 alla successiva decade (nel quale “Hemispheres” resta una perla indiscussa). Ariosa e melodica, la seconda traccia del disco è infatti una delle più famose composizioni a suite dei Rush, impostata – secondo il volere di Peart – sulla narrazione di Samuel Taylor Coleridge “Kubla Khan”, che occupa tutta la parte centrale degli undici minuti circa del pezzo. La città sacra dell’Impero Mongolo continua ad essere misteriosa tanto quanto le trame sghembe e rocambolesche che il trio di Toronto continua a spostare in avanti e indietro, come un vero percorso, folle, verso l’immortalità. Interessante anche sottolineare il fatto che “Xanadu” è una delle prime canzoni dei Rush in cui i sintetizzatori entrano in pianta stabile nella composizione e riescono a portare una freschezza sonora che precedentemente non era riuscita ad emergere così in grande. Il tono cambia con il singolone “Closer To The Heart”, dove la grande tradizione nord-americana radiofonica viene fuori in tutto il suo splendore, la sua efficacia melodica e anche una certa complessità compositiva, che ne fa uno dei migliori pezzi in sede live in ogni scaletta rushiana che si rispetti. Simile discorso si ha con la successiva “Cinderella Man”, anch’essa sui quattro minuti canonici, fluttuante e libera, anche se orientata ai canoni del pezzo radiofonico diretto e catchy in tutto il suo standard. “Madrigal” è una sorta di intermezzo semi-acustico, che apre le strade per il finale epico di “Cygnus X-1 Book 1: The Voyage”, viaggio cosmico all’interno di un buco nero, che proseguirà nella seconda parte, più filosofica e visionaria, come prima traccia del successivo “Hemispheres”. Il basso sincopato di Geddy Lee (anche al moog) introduce pian piano il tono della lunga suite finale di “A Farewell To Kings”, dove l’estro dei tre viene fuori in tutta la sua funambolica espressività. Il vocoder di Lifeson è un altro punto fondamentale per una certa tonalità inquieta che sembra davvero straniante, soprattutto dopo la pausa romanticheggiante (e quasi stucchevole) di “Madrigal”. Il tempo della canzone continua a mutare, come inghiottito dal black hole, riuscendo a combinare drammaturgia e suono, come quasi nessuno prima di allora negli anni ’70.
“A Farewell To Kings” forse non è un album perfetto in tutti i suoi aspetti, ma non si può togliere dalla triade discografica in cui è stato concepito e si è sviluppato, dopo “2112” e prima di “Hemispheres”. Tre mostri sacri di una discografia di una band mitica, emblema del progressive rock  – e di vero e proprio culto per la musica tout court – per troppi anni relegata ad un pubblico troppo stretto e lontano da molti riflettori. L’Addio ai Re, ora che se ne sono davvero andati, suona come un tributo che echeggia ancora in tutte queste decadi, con tutta la storia e la sua maturità. E, naturalmente, la sua grandezza.

TRACKLIST

  1. A Farewell to Kings
  2. Xanadu
  3. Closer to the Heart
  4. Peart, Peter Talbot
  5. Cinderella Man
  6. Madrigal
  7. Cygnus X-1 Book I: The Voyage
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